La Montagna Solitaria

IMG_20160330_184026~2

Ero venuto a conoscenza del Mount Taranaki, che fondamentalmente è una montagna che se ne sta da sola sulla costa ovest dell’isola nord, grazie a un ragazzo inglese che avevo incontrato a Low Princester Hut uno degli ultimi giorni sul Te Araroa. Me l’ero subito segnato sulla lista delle cose da fare, visto che l’idea di camminare attorno a una montagna solitaria, come quella de Lo Hobbit, mi affascinava un sacco.
Quindi era circa un mese che programmavo questa escursione, e man mano che il tempo passava continuavo a sentire sempre più gente parlare di quanto fosse bella questa montagna.
Come se non bastasse una settimana fa, lungo il fiume Whanganui, ho scoperto che secondo una leggenda Maori il Mount Taranaki si trovava una volta vicino ai monti Tongariro e Ngauruhoe, ma siccome questi due litigavano per il suo amore “lei” aveva deciso di spostarsi, e il solco lasciato dal suo spostamento era diventato il fiume che avevo appena percorso in canoa (che nasce appunto dal Tongariro). Quindi era la logica conclusione del percorso che stavo facendo.
Fortunatamente, per una volta, il meteo sembrava essere stupendo, quindi senza perdere troppo tempo (anche perché nel giro di una settimana dovevo tornare a Nelson) mi sono lanciato sul sentiero.

IMG_20160329_180000~3

Giorno 1 – North Egmont > Holly Hut
Sono partito la mattina alle 11 da Whanganui, sono arrivato a New Plymouth alle 14 e alle 16 ho preso lo shuttle che mi ha lasciato sul sentiero alle 16:30.
New Plymouth è la città “grossa” ai piedi della montagna, sulla costa. Lo shuttle mi ha preso su proprio in riva al mare e nel giro di mezz’ora ero in alta montagna. Pazzesco.
E questa è una delle figate del Mount Taranaki: te ne stai in alto a camminare ma vedi la costa tutto attorno.
È anche, in effetti, uno dei suoi problemi, essendo un ambiente alpino con un clima marittimo predirre il meteo diventa complicato, e il clima può variare molto rapidamente.
I tempi tra un Hut e l’altro su questo sentiero sembravano molto conservativi, per esempio il tratto del giorno era di 8 km e dava 3-4 ore per percorrerlo. Come prevedevo, senza troppe sorprese in due ore sono arrivato all’Hut.
Finalmente sono tornato a camminare col sole, ed è stato un piacere vedere la montagna attorno a cui stavo camminando (non come Mount Ruapehu, che tra l’altro si intravedeva all’orizzonte assieme al Tongariro e al Ngauruhoe!).
Holly Hut è un Hut enorme, 32 letti divisi in tre stanze, ma c’eravamo solo io e altre due persone (quindi ognuno aveva la sua camera!)(e i ogi stanza c’era la luce elettrica! Assurdo!). Solo qualche giorno prima, il venerdì di Pasqua, avevano alloggiato qui più di 50 persone! L’ho scampata bella!

IMG_20160330_083901~2

Giorno 2 – Holly Hut > Waiaua Gorge Hut
Il circuito attorno alla montagna che stavo seguendo presenta, a volte, l’opzione di seguire un sentiero alto o uno basso. Nella zona poi, oltre agli Hut del circuito, ce ne sono molti altri, cosicché ora della fine fine partendo da un posto si hanno mille opzioni diverse su dove andare.
Di contro però, come ho già detto, i tempi indicati tra un Hut e l’altro sono scandalosamente lunghi, rendendo difficile pianificare il percorso.
Da Holly Hut a Waiaua Gorge per esempio le indicazioni dicevano 8-9 ore. Sapevo che era impossibile, e infatti in 4 ore e mezza sono arrivato, giusto in tempo per il pranzo.
Il sentiero comunque, c’è da dire, era abbastanza impegnativo, quindi mi trovavo a dover scegliere se ammazzarmi per andare all’Hut successivo (tempo indicato 7-8 ore (ahahahah), tempo stimato 4 ore) o prendermela con calma. E siccome alla fine non mi corre dietro nessuno ho deciso di fermarmi, anche se è stata veramente dura e per tutto il pomeriggio ho pensato che forse avrei dovuto proseguire…

IMG_20160331_104242~2

IMG_20160331_101234~2

Giorno 3 – Waiaua Gorge Hut > Syme Hut
Per la primissima volta sono stato da solo in un Hut! Fico, eh, ma è più divertente quando c’è un po’ di compagnia la sera.
Alle 8 sono partito. Il circuito ufficiale prevedeva di andare a Lake Dive Hut, un rifugio in riva a un lago, ma ad un certo punto sul sentiero c’era un bivio, e se da una parte, andando in basso, si arrivava al lago, dall’altra, andando in alto e più o meno facendo un percorso lungo uguale, si arrivava a Syme Hut, un rifugio a quasi 2000 metri da cui si godeva di un panorama incredibile. Inoltre da lì c’era un percorso che portava alla cima della montagna, a 2518 metri. Quindi era là che ero diretto.
Waiaua Gorge Hut era solo a 600 metri di altitudine, quindi da lì il sentiero puntava dritto verso la montagna per prendere quota.
La scalata era ripida, ma anche molto suggestiva, passando proprio sotto a una parete rocciosa.
Giunto a 1500 metri di quota il sentiero cominciava a girare attorno alla base di Fanthams Peak, il picco proprio a fianco all’Hut dove ero diretto.
Prima di giungere al bivio che mi avrebbe portato alla salita per l’Hut il sentiero faceva tutto il giro attorno, scendendo anche di un centinaio di metri.
Siccome la scalata dal versante opposto pareva avere più o meno la stessa inclinazione che dal punto in cui mi trovavo, ho deciso di abbandonare il sentiero tracciato e di avventurarmi direttamente verso la cima.
C’erano due opzioni: o sarei arrivato in cima in un lampo, o a un certo punto mi sarei trovato davanti qualche ostacolo insuperabile e sarei dovuto tornare indietro.
Fortunatamente è andata bene, anzi, benissimo, perché quando sono arrivato in cima, alle 12:30, nell’Hut ho trovato altre due persone che stavano per partire verso la vetta e mi hanno invitato ad unirmi a loro. Se avessi seguito il sentiero tracciato le avrei sicuramente mancate.
Dopo un’ora e mezza di scalata siamo giunti in cima. Il tempo non era bellissimo, ma si riusciva comunque a scorgere un po’ del panorama. Ed inoltre non c’era freddo, al contrario di quello che dicevano le previsioni, che sulla cima, con il vento, davano una temperatura percepita di -4°.
La discesa è stata velocissima, e per le 16 ero già tornato a Syme Hut e potevo dire di aver veramente concluso la giornata. Mica male considerando che il tempo indicato per giungere qui da Waiaua Gorge era di più di 8 ore (senza contare l’ascesa alla cima).
Fun fact: uno dei due tizi con cui ho scalato la montagna mi ha detto che ero il secondo italiano che incontrava in un mese. Gli ho chiesto chi fosse il primo e lui mi ha risposto: “Un ragazzo di nome Nikolas che sta facendo il Te Araroa”. Cioè la stessa persona con cui avevo passato a settimana precedente. Pazzesco!
Altro fun fact: Syme Hut è l’Hut locato più in alto in tutta l’isola del nord.

IMG_20160331_151310~2

IMG_20160331_171424~2

Giorno 4 – Syme Hut > North Egmont
Lo shuttle che mi aveva lasciato all’inizio del sentiero il primo giorno fa due corse: una la mattina alle 8 per portare la gente alla montagna e una alle 16 per tornarle a prendere (la maggior parte della gente fa solo un escursione di un giorno verso la vetta, che tra l’altro è una cosa da ammazzarsi ma sono problemi loro).
Siccome uscendo dalla montagna io dovevo prendere l’autobus per Auckland, che partiva alle 14, la sola opzione che avevo era prendere lo shuttle alle 8 e passare la mattinata in città.
Siccome però ero una buona mezza giornata in anticipo sui tempi, e orma avevo già fatto tutto quello che volevo fare nella zona, la mattina ho mandato un messaggio al driver e gli ho detto che sarei sceso quel pomeriggio alle 16. Ho pensato che se avessi passato una notte in ostello e mi fossi fatto una doccia avrei fatto felici gli altri passeggeri dell’autobus il giorno seguente…
Ho dunque lasciato Syme Hut la mattina alle 8:30 assieme a Ken e Dave, i due tizi con cui avevo conquistato la cma il giorno prima. Sono andato con loro perché mi serviva qualcuno che mi mostrasse la via, visto che il giorno prima ero salito da versante opposto e non avevo idea di dove fosse il sentiero ufficiale.
Tra l’altro il mio “fuoripista” del giorno prima ha fatto sì che io non abbia dovuto percorrere due volte la stessa strada. E come se non bastasse il sentiero ufficiale era più difficile di quello che avevo scelto io, quindi mi sono veramente complimentato con me stesso per la gran decisione del giorno prima.
Dopo una prima discesa tra sabbia e sassi il sentiero si ricongiungeva col circuito e da lì tornava ad essere più accessibile: c’era una scalinata di legno che scendeva fino a valle.
Per le 10:30 sono arrivato a Dawson’s Falls, e dopo aver fatto una capatina al lookout e salutato i miei compagni mi sono rimesso in cammino per North Egmont per concludere il loop.
Segnali dicevano c’è ci volevano 4 ore, io confidavo di arrivare là per pranzo. Ormai è come avere un superpotere che mi rende velocissimo!
Il meteo però stava peggiorando rapidamente, e mi sono ritrovato a cambiare con vento e pioggia.
Il sentiero, dopo aver attraversato una gola gigantesca, passava per un impianto sciistico chiuso dall’aria spettrale. Da lì non c’erano indicazioni chiare e ho dovuto andare un po’ a caso per ritrovare la via, che proseguiva costeggiando una parete rocciosa e ad un certo punto entrava dentro la montagna con un tunnel.
Verso le 12:15 sono arrivato nei pressi di un antenna che avevo visto il primo giorno quando avevo cominciato il circuito. Giù in basso si vedeva il centro visitatori a cui ero diretto, quindi ho supposto che sarei arrivato là per l’una.
Ho allora provato a mandare un messaggio al tizio dello shuttle chiedendogli se fossi l’unico che usciva dalla montagna quel giorno e se, in quel caso, potesse venirmi a prendere prima, così che io potessi prendere il bus per Auckland quel giorno stesso.
Lui ha subito detto che andava bene e che sarebbe venuto a prendermi alle 13.
A quel punto ho realizzato di essere molto più lontano dall’arrivo di quel che credevo, quindi per gli ultimi chilometri ho dovuto correre velocissimo per non arrivare in ritardo.
Quando sono arrivato al centro ho scoperto che non c’era nessuna fretta, visto che il driver se ne stava tranquillo a chiacchierare con la responsabile del centro.

IMG_20160401_073918~2

Per le 13:50 ero tornato a New Plymouth, ed ho avuto giusto il tempo di passare da un ostello e fare una doccia (per 5$) prima di prendere il bus.
In tutta questa serie di incastri perfetti non ho avuto tempo per pranzare, e quando alle 21 sono arrivato a Auckland stavo impazzendo.
Sono tornato all’ostello Surf ‘n’ Snow, e con mia sorpresa ho scoperto che c’era ancora buona parte della gente che avevo lasciato 3 mesi prima, che mi ha riservato un’accoglienza così calorosa che nemmeno mia mamma quando tornerò in Italia riuscirà a battere.

IMG_20160331_190825~2

IMG_20160331_143403~2

04. aprile 2016 by vanooger
Categories: Nuova Zelanda, viaggi | 1 comment

In New Zealand, job finds you!

Ovvero: roba che neanche ci si crede!

Dopo due giorni che ero a Auckland ero riuscito già a trovare lavoro in un ristorante italiano.
Nella cucina di quel ristorante avevo conosciuto Filippo, un ragazzo di San Marino (!) con cui ero subito diventato amico.
Poi però, dopo appena 4 settimane, me ne ero partito per il Te Araroa e avevo lasciato tutto questo.
Filippo era rimasto nell’isola del nord, però avevamo in programma di rivederci non appena anch’io fossi tornato là.
Un paio di settimane fa sono appunto tornato al nord, ma quando l’ho scritto su facebook ho ricevuto una telefonata da Filippo che mi diceva che era arrivato nell’isola del sud. Non solo, era proprio a Nelson, dove io ero stato appena un paio di sere prima.
Mi ha detto che pensava di fermarsi là, perché aveva ricevuto una proposta di lavoro da un ristorante italiano gestito da un romagnolo.
Ristorante italiano gestito da un romagnolo? Sarà mica il ristorante dove avevo cenato la sera prima di cominciare il Te Araroa e il cui proprietario, di Cesena, conosceva il proprietario dello stabilimento balneare dove andavo sempre in vacanza da piccolo? Era esattamente quel ristorante.
Ho detto a Filippo che anch’io in effetti contavo di tornare a Nelson per cercare lavoro, visto che lì c’era una pizzeria che faceva la pizza molto buona e soprattutto come la si fa in Italia, cotta nel forno a legna e tirata su con la pala (che è molto più divertente di come fanno in genere la pizza qua).
Anche se in realtà tornare giù a Nelson appositamente per cercare di ottenere un lavoro in quell’unica pizzeria mi sembrava un po’ un azzardo.

Qualche giorno fa, uscendo dal fiume Whanganui, ho ricevuto una chiamata dal ristoratore di Cesena, che mi ha detto che lì stavano cercando urgentemente un pizzaiolo e mi ha dato il contatto del proprietario della pizzeria.
Ho chiamato il numero e mi sono accordato col tipo: nel giro di una settimana avrei preso il volo per Nelson per cominciare a lavorare.
Prima di riattaccare gli ho chiesto se la pizzeria fosse quella che intendevo io, ed era proprio quella! Pazzesco!

(Questo post volevo intitolarlo “Il karma – parte seconda” perché sento che tutto questo è una ricompensa per aver ceduto il mio letto alla ragazza che lo voleva nell’Hut del Tongariro un paio di settimane fa…)

02. aprile 2016 by vanooger
Categories: Nuova Zelanda | 1 comment

Il Grande Fiume

IMG_20160328_105653~2

La tappa del Te Araroa successiva al Tongariro Crossing è il Whanganui River, ovvero un percorso di durata variabile dai 3 ai 10 giorni in canoa lungo il fiume. Esatto, una figata dietro l’altra!
Per noleggiare la canoa bisogna essere almeno in due, quindi il mio incontro con Nikolas era cascato a fagiolo!
Arrivati a National Park (paese famoso per il Baconator) abbiamo dunque cercato di capire come organizzare al meglio il viaggio, anche perché questo sarebbe cascato all’incirca nel weekend di Pasqua è tutti i campeggi parevano già al completo. (Parte del Whanganui Journey è una malvagissima Great Walk…)
Un’altro dei problemi era che dovevamo comprare circa 8 giorni di cibo, ma il supermercato di National Park era piccolo e carissimo.
Ma ecco che chiamando la compagnia che noleggiava le canoe e chiedendo consiglio per risolvere questo problema la soluzione si è presentata all’istante: uno degli autisti della compagnia stava per passare da dove ci trovavamo e poteva portarci a Ohukane, dove c’era un supermercato più grande ed economico. Non solo, se fossimo andati con lui avremmo potuto affidargli la spesa per i giorni a venire e ce l’avrebbe consegnata assieme alla canoa quando saremmo arrivati al fiume.
Quindi a mezzogiorno siamo stati caricati in macchina da Rob e siamo andati a Ohukane, dove abbiamo sbrigato le faccende burocratiche per il noleggio della canoa e fatto la spesa.
Il bello di viaggiare in canoa è che potevamo portarci via molto più cibo del solito, e soprattutto roba fresca e non disidratata come al solito sul resto del Te Araroa. E birra! Un sacco di birra!
Ormai si era fatto tardi, quindi non aveva senso tornare a National Park in giornata, e inoltre Rob aveva detto che per 10$ a testa potevamo stare a casa sua, il che significava letto vero, lavatrice e internet!
Il giorno dopo ci ha riportati all’inizio del sentiero e da lì abbiamo proseguito a piedi verso Whakaoro, l’approdo dove avevamo appuntamento per il giorno dopo.
Ci sono una decina di campeggi lungo il fiume che fanno parte del circuito della Great Walk, e Whakaoro era uno dei tre che metteva anche a disposizione un Hut. La cosa strana è che di solito i campeggi costano 14$ e gli Hut 32, mentre a Whakaoro l’Hut costava solo 10$, ovvero meno del campeggio. Mah.
Quindi è lì che abbiamo dormito, riuscendo pure ad avere l’Hut, che aveva riscaldamento e luce elettrica, tutto per noi. C’erano degli altri ragazzi che dormivano in tenda, che evidentemente non si erano accorti della differenza di prezzo.
IMG_20160324_084516~2

Giorno 1 – Whakaoro > Campeggio segreto
La mattina alle 10:30 Rob è arrivato alla guida di un pulmino con sopra altre 7 persone. Dopo aver scaricato le canoe e averci sottoposti a un brevissimo safety briefing finalmente siamo partiti. Siccome io ho l’abilitazione al comando di unità da diporto fino a 24 metri sono stato messo a poppa, al posto di comando.
Il piano della giornata era di pagaiare per tipo 38 km, fino a John Coull Hut (soprannominato John Cul) e da lì proseguire per un altro chilometro per un approdo segreto di cui ci avevano parlato.
Quindi una giornata abbastanza lunga, soprattutto considerando che quando siamo partiti erano le 12.
Ah, e al contrario di quello che potreste pensare non è che andare in canoa lungo un fiume significhi sedersi nella barca e lasciare che la corrente faccia il suo lavoro: questo fiume ha una corrente debolissima, e a tratti, quando il vento soffia contro, si va addirittura indietro.
A circa mezz’ora dalla partenza ci siamo imbattuti in una canoa uguale alla nostra incastrata fra dei tronchi, distrutta. Benvenuti sul fiume!
Verso le 18 siamo arrivati a John Cul, dove abbiamo fatto rifornimento d’acqua per poi proseguire per il camping segreto nella successiva ansa del fiume
Lì abbiamo dovuto piantare le tende sulla sabbia, una seccatura perché non avendo picchetti da sabbia non ho lo tirare bene il sovratelo.
Chiaramente, visto che la tenda era tirata male, quella notte ha piovuto e mi è entrata l’acqua dentro. Ma vabbè, sono sopravvissuto anche a quello.

Giorno 2 – Campeggio segreto > Ngaporo Campsite
La mattina la pioggia non accennava a smettere, ma visto che tanto eravamo già bagnati abbiamo smontato tutto e ci siamo rimessi a remare.
Uno degli aspetti positivi della pioggia, quantomeno, è che ora c’erano delle cascate fichissime che scendevano da entrambe le pareti del fiume.
A metà giornata ci siamo fermati per andare a vedere il famoso Bridge to Nowhere, un grande ponte di cemento che era stato costruito negli anni ’40 quando si pensava che la zona sarebbe diventata un grande insediamento. Il progetto era poi fallito e quindi ora questo ponte se ne sta lì abbandonato in mezzo alla foresta.
Dopo pranzo ci siamo rimessi a remare per giungere, attorno alle 18, a Ngaporo Campsite, che era una quarantina di chilometri da dove eravamo partiti la mattina. Il che significava che ci eravamo sparati un’altra giornata lunghissima (in genere la gente percorre il fiume a tappe di 20-25 km).
Al campeggio abbiamo incontrato Mike e Julie, una coppia di inglesi che io avevo conosciuto a National Park, mentre Nikolas conosceva già da prima visto che anche loro stanno facendo il Te Araroa, anche se a pezzi, e continuava a incontrarli.

IMG_20160324_084436~2

Giorno 3 – Ngaporo Campsite > Flying Fox
Uhm, forse questo è l’unico giorno in cui non ha piovuto, anche se il cielo è comunque rimasto coperto tutto il tempo.
La giornata di navigazione ci portava oltre Pipiriki, che segnava il termine della Great Walk, e da lì più o meno potevamo fare quello che ci pareva riguardo al campeggiare, ci bastava chiedere il permesso ai proprietari del terreno sui cui sbarcavano (come se fosse facile trovarli).
Siccome però eravamo partiti presto e non avevamo side trip strani da fare (come invece il giorno prima per Bridge to Nowhere) ci siamo fatti prendere la mano e abbiamo proseguito per altri 40 km fino al Flying Fox, una specie di B&B o agriturismo in un posto dimenticato dal mondo: l’unico modo per raggiungerlo, a parte la canoa, è una carrucola che attraversa il fiume.
Lì, per 10 dollari, abbiamo trovato posto per piantare le tende, una doccia calda (anche se quando l’ho fatta io, mannaggia, era fredda!), una cucina fornitissima e… Internet! (Che è sempre un piacere ritrovare)
Dopo tre giorni avevamo percorso quasi 120 dei 170 chilometri di fiume che dovevamo percorrere. Mica male, anche se eravamo un po’ cotti a questo punto. Fortunatamente d’ora in poi sarebbe stato super easy.

Giorno 4 -Flying Fox > Downes Hut
La mattina siamo stati svegliati dalla pioggia battente sulle tende, ma dopo un paio d’ore è spuntato un timido sole.
Visto che il programma della giornata ci portava solo a 10 km di distanza, abbiamo aspettato fino alle 14 per partire, per asciugare bene la nostra roba è per sfruttare ancora un po’ la magica potenza dell’Internet.
Proprio quando stavamo lasciando la sponda del fiume è arrivato un nutrito gruppo di canoe e kayak. Erano un gruppo di ragazzi accompagnati dai loro nonni che stava facendo un paio di giorni liungo il fiume per le vacanze di Pasqua. Si stavano fermando al Flying Fox per pranzo, ma anche loro erano diretti a Downes Hut, dove stavamo andando noi, per la notte. Ci siamo salutati dicendovi che ci saremmo rivisti più tardi, ma alla fine, abbiamo scoperto il giorno dopo, hanno deciso di campeggiare prima dell’Hut per non disturbarvi.
Downes Hut aveva solo 5 letti, quindi in effetti se fosse arrivata a quella gente saremmo stati un po’ stretti.
Null’altro di particolare da dire, se non che come al solito mi sono divertito a cercare la gente che conosco nel registro dell’Hut.

IMG_20160325_085337~2

Giorno 5 – Downes Hut > Hipango Park
Prima della nostra partenza dall’Hut siamo stati raggiunti dalla famiglia del giorno prima che si è fermata lì a bere acqua. Tra una cosa è l’altra ci hanno pure regalato due ovetti di Pasqua un po’ strani: fuori erano di cioccolato, ma dentro erano ripieni di marshmallow bianco e giallo come a simulare un uovo sodo.
Dopo una ventina di chilometri a remi (una pacchia rispetto ai primi giorni!) siamo arrivati a Hipango Park, un free camping e l’ultimo posto in cui avremmo soggiornato prima di arrivare a Whanganui.
Finalmente, per una volta, eravamo arrivati alla fine della giornata nel primo pomeriggio, quindi abbiamo passato il tempo prima di cena svaccandoci sul prato.
Dopo cena siamo rimasti un po’ a guardare le stelle, e a un certo punto ci siamo accorti che c’erano degli strani movimenti nel bosco vicino: si vedevano delle torce muoversi e Nikolas mi ha detto che più tardi ha sentito anche delle urla. Io sono andato a dormire.

Giorno 6 – Hipango Park > Whanganui
Dopo un’ultima spruzzata di pioggia giusto per darci la sveglia, il cielo si è schiarito ed è uscito il sole.
Da Hipango Park eravamo così vicini al mare che il fiume subiva l’effetto della marea, pertanto dovevamo aspettare il picco della alta prima di partire. Poco male, visto che così ho avuto modo di pulire e piegare benissimo la mia tenda: se ho fatto bene i conti questa potrebbe essere l’ultima volta che la uso in Nuova Zelanda…
Restavano solo una ventina di chilometri da percorrere, ma non potevamo certo abbassare la guardia. Ad un certo punto infatti ci siamo imbattuti in uno dei pericolosi animali che infestano le acque di questo fiume. Un coccodrillo? No, una pecora!
La pecora era in mezzo al fiume che nuotava, ma pareva chiaro che fosse caduta in acqua e non sapesse come ritornare a riva. E sembrava essere sul punto di stramazzare.
Quindi, dopo mezz’ora di manovre siamo riusciti a spingerla sulla sponda del fiume e farla salire sulla terra. Appena ci siamo riusciti però la pecora si è ributtata in acqua.
Allora ci siamo arresi e siamo ritornati a pagaiare. Fortunatamente dopo pochi minuti è passato un motoscafo a cui abbiamo fatto segno ed è andato a salvare la pecora.
Nonostante i nostri sforzi per partire con la marea a favore, negli ultimi chilometri di fiume abbiamo avuto un fortissimo vento contro, che ad un tratto ci ha costretti a fermarci sulla riva in attesa che calasse.
Mentre ero là ho provato a controllare se ci fosse recezione telefonica, e non appena ho ottenuto il segnale ho ricevuto una chiamata da una pizzeria di Nelson che mi ha offerto un lavoro! Quindi nel giro di una settimana tornerò a Nelson per l’ennesima volta.

Quando siamo arrivati a Whanganui abbiamo recuperato i nostri zaini, che avevamo affidato alla compagnia che ci aveva affitato la canoa. Oltre agli zaini però dovevano esserci anche i passaporti, che invece mancavano all’appello.
Abbiamo dunque dovuto aspettare un’oretta perché uno dei dipendenti ce li recapitasse. Già che era lì gli abbiamo chiesto se poteva darci un passaggio fino in città.
Gli avevamo detto di portarci al ostello YHA, che di solito, in teoria, dovrebbe trattare bene i camminatori del Te Araroa. In pratica ogni volta che ci vado mi incazzo.
Fortunatamente il nostro driver conosceva un ostello più economico e ci ha portati là.
Questo era l’ostello della vita, fighissimo! Intfranto il nome era 42 College Hostel, o qualcosa del genere, ma col 42 insomma.
E poi era veramente molto accogliente, con internet illimitato e una sala con pianoforte e chitarra.
Ah, e il dipinto di Gandalf sulla parete!

“La mia canoa
scivola leggera
sulle lucenti vie
del grande fiume

Voglio tornare ancor
sul mio bel lago blu
Bundidiaidi bundidiaidi
bundidiaidi bum”

Questa è una canzone che cantavo agli scout. La cosa assurda è che la settimana scorsa, sul Tongariro Crossing, il tempo era così brutto che non sono riuscito a vedere il Blue Lake, quindi vorrei davvero tornarci!

30. marzo 2016 by vanooger
Categories: Nuova Zelanda, Te Araroa, viaggi | Leave a comment

Il Monte Fato

Te Araroa – le appendici: Tongariro National Park
IMG_20160319_164337~2

“Non si entra a Mordor con facilità…”
…infatti bisogna prenotare.

Il Tongariro National Park comprende tre vulcani: il Tongariro, il Ruapehu e il Ngauruhoe.
Quest’ultimo è stato usato come location del Monte Fato nei film del Signore degli Anelli, pertanto ora il parco nazionale è soprannominato Mordor.
Tutti quelli che avevo incontrato lungo il Te Araroa che erano stati nell’isola nord mi avevano detto che il Tongariro Crossing era la parte più bella. Alcuni, addirittura, erano ritornati indietro per passare più tempo su quei vulcani. Tutto questo aveva fatto balzare il Tongariro in cima alla lista delle cose da fare nell’isola nord.
Non avendo il vincolo del Te Araroa potevo permettermi di passare quanto tempo volevo nel parco, e quindi avevo deciso di unire due camminate da 3-4 giorni ciascuna in un unico percorso.
Le due  camminate in questione erano il Round the Mountain e il Tongariro Northen Circuit.
Quest’ultimo però è una Great Walk, e la cosa presentava alcuni problemi.
IMG_20160316_180252~2

Cosa sono le Great Walk?
Sono percorsi selezionatissimi in giro per la Nuova Zelanda, in genere da 3-4 giorni. Il livello di difficoltà è medio-basso, ma il vero problema è che siccome sono robe super turistiche bisogna prenotare e pagare gli Hut (il mio magico pass da 6 mesi non ha valore qui). E i prezzi sono altissimi! Tipo che per il Milford Track, nell’isola sud, gli Hut costano 54$ l’uno! E sono Hut, quindi dormi comunque nel sacco a pelo…
Quindi le Great Walk sono il male assoluto. Specialmente per i camminatori seri come me.

IMG_20160317_093203~2

IMG_20160317_120604~2

Il dover prenotare almeno un Hut sul percorso mi scombinava un po’ i piani, perché voleva dire che non sarei stato al 100% libero. La cosa migliore sarebbe stata cominciare dal Northen Circuit, prenotando l’Hut della prima sera, e poi continuare liberamente per il resto del percorso.
Purtroppo quando sono arrivato a Whakapapa Village, l’inizio del sentiero, ho appreso che tutti gli Hut erano occupati per le notti a venire.
Ho passato una buona mezz’ora con l’addetta del dipartimento della conservazione per cercare di capire quale fosse il percorso migliore da fare (in funzione della disponibilità degli Hut), e alla fine mi è toccato prenotare l’Hut per l’ultima sera e cominciare dal Round the Mountain. Per di più l’Hut non era nemmeno quello che volevo, e mi lasciava con un ultima giornata di cammino da 30 e più chilometri. Non proprio fantastico.

A coronare il tutto pioveva a dirotto, e le previsioni non parevano molto incoraggianti. E quando sono arrivato all’inizio del sentiero, alle 16:30, diretto al primo Hut a 2 ore di cammino, ho scoperto che questo era chiuso per una disinfestazione. L’avevano precisamente chiuso quella mattina, e l’avrebbero riaperto due giorni dopo.
Quindi quasi certamente mi sarebbe toccato campeggiare sotto la pioggia.
Se queste sono le premesse, mi sono detto, è facile che il vulcano erutti mentre ci cammino sopra!

IMG_20160318_082908~2

Giorno 1 – Whakapapa Village > Whakapapaiti Hut
La mattina sono partito da Wellington e ho raggiunto il villaggio alle 15:30. Pioveva un sacco.
Dopo aver prenotato l’Hut per l’ultima sera mi sono messo in cammino. Arrivato all’inizio del sentiero ho appreso che l’Hut dve stavo andando era chiuso per disinfestazione, e che quindi mi sarebbe probabilmente toccato campeggiare sotto l’acqua. Sono tornato indietro per farlo notare all’adetta del DoC, giusto per farla sentire in colpa, e sono tornato nuovamente sui miei passi.
Il sentiero era abbastanza pianeggiante (è questo il bello di camminare attorno alla montagna e non attraverso, come sul Te Araroa) e la roccia lavica, con la sua porosità, anche se bagnata non era troppo scivolosa.
Sono arrivato all’Hut alle 18. Dopo un rapido giro di ricognizione attorno all’Hut la cosa più furba da fare mi pareva quella di tirare fuori un materasso dall’Hut (ce n’era uno proprio accanto alla porta, quindi tecnicamente non dovevo neanche entrare) e dormire sul portico.
Dopo un’oretta che me ne stavo lì, valutando se la temperatura la notte sarebbe scesa eccessivamente, è arrivata una ragazza californiana.
Discutendo con lei abbiamo convenuto che il “non entrare” nell’Hut era più per la nostra salute che per l’efficacia del trattamento, e che se non ci importava di respirare insetticida tutta la notte potevamo dormire dentro senza compromettere il trattamento.
Mi ero dunque convinto a dormire dentro all’hut, perché insomma, se ci dormiva anche un’altra persona cos’ero, scemo io che dormivo fuori?
Ho dunque riportato il materasso all’interno e mi sono sistemato su un letto.
A quel punto la ragazza ha detto “Beh, io dormo fuori!” e mi ha fregato il posto sul portico.
Vabbè, tanto mi sa che avrei dormito dentro in ogni caso.
E poi questo ha aggiunto un tocco di Mordor in più all’esperienza, perché come dice Boromir: “L’aria stessa che si respira è un’esalazione velenosa!”.

IMG_20160318_112111~2

Giorno 2 – Whakapapaiti Hut > Blyth Hut
Durante la notte ha continuato a piovere a dirotto, e la mattina non accennava a smettere. Me la sono presa comoda, partendo alle 9:15, sperando che nel frattempo il tempo migliorasse.
Le vallate che mi sono trovato ad attraversare parevano veramente fighissimo, peccato che per via del meteo non si vedesse la montagna che le sovrastava.
Volendo guardare il pasto positivo, le piogge avevano ingrossato o torrenti e tutte le cascate erano molto più belle del solito (credo).
Verso ora di pranzo mi sono trovato davanti Lake Surprise (e chi se lo aspettava!?), segno che il primo Hut della giornata era vicino.
Mi sono fermato lì a mangiare e poi via di nuovo nella nebbia!
C’era da camminare per un’oretta per giungere a una strada che mi avrebbe connesso col sentiero successivo.
Il percorso per arrivare alla strada risaliva un torrente e ad un certo punto c’era da scalare una parete rocciosa a fianco a una cascata. Bellissimo.
Dopo mezz’ora di cammino sulla strada sono giunto al sentiero che mi ha portato, in poco più di un’ora, a Blyth Hut.
Lì sono stato più tardi raggiunto dalla ragazza californiana, il cui Trail name è Fuego, che ha appunto acceso il fuoco nella stufa. Cosa ottima perché io avevo quasi finito il gas del fornellino, e quindi per risparmiarne un po’ ho cucinato sul fuoco. Ci ho messo tipo un’ora, ma c’è l’ho fatta!
In più qualcuno aveva lasciato due prugne sul tavolo! Frutta fresca!

IMG_20160318_123447~2

Giorno 3 – Blyth Hut > Rangipo Hut
Blyth Hut, secondo le informazioni trovare su un volantino che qualcuno aveva lasciato al suo interno, offriva fantastici scorci sulla montagna. A me ha offerto solo nebbia.
Sono partito da lì alle 8:30, e alle 10 ero già al primo Hut (che secondo le indicazioni era a tre ore di cammino!).
Lì mi sono fermato a fare merenda e proprio quando la  mia amica Fuego mi ha raggiunto sono ripartito.
Erano 5-6 ore di cammino per l’Hut successivo, e da qui si entrava nel Rangipo Desert, l’unico deserto della Nuova Zelanda.
Il paesaggio era molto suggestivo, e la nebbia lo rendeva ancora più mordoroso (eh sì, petaloso è giunto anche qui). Quindi dai, è stato più figo con questo tempo demmerda (almeno mi piace pensarla così…).
Tre chilometri prima dell’Hut c’era da scendere in una vallata per attraversare un ponte sospeso su un fiume (ma non era un deserto questo?).
Giunto sull’altra sponda mi sono fermato a pranzare prima di affrontare l’ultima scalata della giornata (l’Hut era più di 1500 mt di quota).
Sono arrivato a Rangipo Hut appena prima che il tempo peggiorasse e cominciasse a piovere sul serio.
Ero il primo ad arrivare, ma sapevo che Fuego era dietro dietro di me e avrebbe gradito un fuoco, quindi l’ho acceso.
Prima di lei, dall’altra direzione, sono arrivate due ragazze scozzesi assieme alla loro mamma. Il marito di una delle due ragazze è arrivato poco dopo dalla stesa direzione da cui sono arrivato io. Non ho capito bene la logistica del loro viaggio, ma avevo dormito tutti assieme la sera prima ad Oturere Hut (a tipo 8 ore di cammino), ma il tizio aveva camminato nel verso opposto per spostare a macchina con cui erano arrivati per portarla alla fine del loro cammino. Quindi se ho capito bene ha camminato tutto quello che io avevo fatto nei due giorni precedenti in un giorno solo (era partito alle 4 del mattino!).
Dopo Fuego ha continuato ad arrivare gente: 2 coppie di Wellington che ci hanno detto che altre 4 persone sarebbero arrivate più tardi. Erano parte di un tramping club ed erano lì per estirpare dei pini che infestano la zona.
Poco dopo è arrivato un altro ragazzo. Credevo facesse parte del club, ma quando l’ho sentito chiacchierare con un altro dei presenti ho scoperto che stava percorrendo il Te Araroa verso nord. L’ho guardato meglio e… Ci eravamo già incontrati un mese prima! Pazzesco! (Specialmente considerando che  l’Hut in cui ci trovavamo non fa parte del Te Araroa, e lui stava facendo un percorso alternativo).

IMG_20160319_074138~2

IMG_20160319_091430~2

Giorno 4 – Rangipo Hut > Oturere Hut
La mattina sono stato svegliato da una strana luce fortissima: il sole! Finalmente le nuvole erano scese a valle e avevano lasciato la cima della montagna!
Il problema è che anch’io quel giorno dovevo scendere a valle.
Quindi, dopo aver goduto della visuale della montagna per 10 minuti, sono risprofondato nella nebbia.
Ma il deserto è più bello con la nebbia, no? E quindi via così!
La mia giornata prevedeva solo di arrivare a Waihohonu Hut, a 5 ore di cammino. Non potevo andare oltre perché quello era l’Hut che avevo prenotato. Quindi, quando sono arrivato lì a mezzogiorno in punto (ovvero in 3 ore! Ormai sono velocissimo!!!) non mi è rimasto altro da fare se non svaccarmi (termine tecnico).
Però cavolo, attorno alle 15 il tempo è migliorato un sacco e finalmente sono riuscito a vedere Mount Ngauruhoe (il Monte Fato!) ed era veramente un peccato non poter proseguire.
Nella sala comune dell’Hut (questo Hut, essendo parte di una Great Walk, era enorme) ho conosciuto una ragazza canadese che aveva prenotato il campeggio anesso all’Hut ma stava aspettando di vedere se si liberava un posto letto per dormire dentro, visto che le due sere prima aveva avuto freddissimo.
Questo mi ha dato un idea: magari non si sarebbe liberato un posto in questo Hut, ma se se ne fosse liberato uno in quello successivo io avrei potuto continuare a camminare e lei avrebbe potuto prendere il mio posto.
Anche l’Hut successivo, Oturere Hut, era pieno, ma il responsabile aveva detto che non c’era problema se volevo dormire in tenda, quindi alle 16:30 mi sono rimesso in marcia.
Secondo le indicazioni ci volevano tre ore per arrivare all’Hut, ma la responsabile di Waihohonu Hut mi hadetto che secondo lei non sarebbe dovuto arrivare più tardi delle 19. Io le ho detto “Sarò là per le 18!”. E così ho fatto.
E questo record di velocità è stato certificato dalle chiamate radio tra i due Hut fatte alla mia partenza e al mio arrivo.
Quindi ora sono stato dichiarato “obviously very fit” da un responsabile del DoC. Grande soddisfazione.
In più Oturere Hut era senza dubbio il miglior Hut della Great Walk, essendo proprio ai piedi del vulcano. Ed essendomi portato avanti avevo accorciato la tappa del giorno successivo, quindi, meteo permettendo, avrei avuto il tempo di scalarlo!
Ed infine, ho di gran lunga preferito dormire in tenda all’Hut strapieno di gente.
E in più avendo regalato il mio letto alla ragazza che lo voleva ho guadagnato un sacco di punti karma (come se ne avessi bisogno…).

IMG_20160319_092524~2

IMG_20160319_103844~2

Giorno 5 – Oturere Hut > Mangatepopo Carpark
L’ultima tappa era anche la più bella, perché il sentiero mi portava sul Tongariro Crossing e passava attraverso gli Emerald Lakes per poi scendere in uno dei crateri del vulcano.
Il meteo però, che il giorno prima era parso migliorare, era tornato ad essere terribile. Ma confidavo in una schiarita per quando fossi arrivato in cima.
Ho lasciato l’Hut poco prima delle 8. Il sentiero proseguiva in piano per un paio di chilometri per poi scalare una parete ripidissima per arrivare al passo.
La combinazione di meteo e paesaggio continuava a regalarmi quella bella sensazione di essere a Mordor a cui ormai ero abituato.
Giunto al passo il vento è aumentato d’intensità, e ha pure cominciato a piovigginare.
Erano solo le 9, quindi avevo un sacco di tempo per arrivare alla fine del sentiero, e potevo permettermi di aspettare un po’ le vedere se il tempo migliorava. Solo che c’era un freddo cane!
Dopo aver cercato invano riparo dietro a una roccia ed aver provato a scendere in un cratere fumante per scaldarmi un po’ (don’t try this at home!) sono giunto alla conclusione che per non congelarmi dovevo continuare a camminare.
Ho dunque lasciato lo zaino sulla riva di uno degli Emerald Lakes e mi sono rimesso in cammino. Dove potevo dirigermi? Fortunatamente avevo un’ottima meta…
IMG_20160319_095546~2

IMG_20160320_081339~2

Flash back!
Un paio di settimane fa, proprio mentre lasciavo l’ostello di Invercargill per dirigermi a Bluff e concludere il Te Araroa, avevo ricevuto un messaggio su facebook da parte di un altro veronese che aveva scoperto, tramite la pagina social del Te Araroa, che anch’io ero sul sentiero. Lui stava percorrendo solo l’isola nord, e siccome non aveva ancora fatto il Whanganui River (che bisogna fare in compagnia per poter noleggiare la canoa) gli avevo detto che potevamo incontrarci per farlo assieme. Incrociando le tempistiche avevamo scoperto che più o meno ci saremmo incontrati sul Tongariro Crossing.

IMG_20160320_092709~2

Quindi quella mattina sapevo che Nikolas stava salendo da un’altra direzione, e ho deciso di andargli incontro. Si badi che non l’avevo mai visto prima… Ci siamo incontrati su un sentiero sul fianco di un parete rocciosa in mezzo alla pioggia. Che figata!
Assieme siamo tornati a recuperare il mio zaino, e dopo aver aspettato un’altra mezz’ora, vedendo che il tempo non migliorava, siamo scesi verso il cratere.
Lì il meteo è magicamente migliorato, e abbiamo finalmente potuto vedere il Monte Ngauruhoe di fronte a noi.
Abbiamo anche visto che dietro di noi c’era una nuvola che stazionava sul Tongariro Crossing, da dove eravamo appena usciti.
Visto che il meteo pareva essere diventato decente ci siamo avventurati alla scalata del Monte Ngauruhoe, che coi suoi 2287 metri di altezza è la terza montagan più alta dell’isola nord.
La scalata non era per nulla semplice: non c’è un sentiero, e bisogna arrampicarsi sulla parete inclinata a 45° su sabbia e sassi che continuano a cadere.
Quando siamo arrivati in cima, dopo un’ora e mezza, una nuvola era tornata ad avvolgere la montagna, quindi non abbiamo potuto godere del panorama.
Dopo una camminata attorno al cratere del vulcano abbiamo cominciato a scendere, anche perché il tempo stava peggiorando di nuovo.
Se salire era una lenta agonia, dall’altro lato scendere è stato facilissimo: scivolando su sabbia e sassi era praticamente come sciare.
Siccome scendendo eravamo velocissimi siamo riusciti a raggiungere due ragazze che avevamo intravisto sulla cima. Chiacchierando con loro abbiamo scoperto che andavano nella nostra stessa direzione e che avevano una macchina al parcheggio. E potevano accompagnarci a National Park, dove contavo di passare la notte.
Gli ultimi chilometri di sentiero erano scandalosamente facili, e dopo aver fatto una breve visita all’ultimo Hut per firmare il registro ho potuto dichiarare concluso il mio cammino.
A National Park ci siamo fermati in un bar con le ragazze per bere qualcosa per festeggiare le nostre rispettive avventure. Tutti hanno preso un caffè, io invece ho preso solo acqua di rubinetto e un hamburger chiamato Baconator, contenente solo bacon e anelli di cipolla fritti. Geniale!
A quanto pare ero il primo a provarlo…

IMG_20160320_122543~2

IMG_20160320_172346~2

21. marzo 2016 by vanooger
Categories: Nuova Zelanda, Te Araroa, viaggi | Leave a comment

L’ultima tappa

Te Araroa parte undicesima: da Riverton a Bluff

IMG_20160303_095448~2

Giorno 44: Riverton > Invercargill
Da Riverton a Invercargill erano 32 chilometri, di cui i primi 22 erano lungo una spiaggia. Pertanto occorreva controllare le maree per fare in modo di percorrerla con la bassa marea.
Per mia fortuna le maree del giorno erano ad orari decisamente favorevoli, e l’ora giusta per partire era le 10 del mattino.
Camminando sulla sabbia bagnata si andava via spediti, e credo di aver raggiunto il picco massimo della mia velocità sul Te Araroa arrivando alla fine in sole 3 ore e mezza.
Era dunque ora di pranzo, e mi sono fermato per mangiare gli ultimi wrap con formaggio e salamino.
IMG_20160303_120010~2

IMG_20160303_101750~2
[Dopo aver risalito un sacco di ruscelli fino alla sorgente sono finalmente arrivato a vederne uno sfociare nel mare!]

Guardando indietro non riuscivo a vedere nessuna delle altre persone che sapevo essere su quel tratto di percorso quel giorno, quindi dopo mangiato mi sono subito rimesso in cammino.
Mancavano solo 10 km all’arrivo a Invercargill, ma ero completamente distrutto: i calzini nuovi erano più corti, quindi la pelle nuda batteva sul bordo dello scarpone e si era irritata. Poi il polpaccio sinistro, dal giorno prima, era “incriccato”. E per finire le mie gambe pelose, dopo un migliaio di chilometri, avevano cominciato a irritarmi la pelle.
Dopo circa 5 km, siccome era anche abbastanza presto, avevo deciso di concerdermi una pausa. In lontananza si vedeva l’insegna di un bar e io speravo solo avessero del tè alla pesca, che in genere non è facilissimo da trovare.
Fortunatamente girato l’angolo, questo è quello che mi si è parato davanti. Evvai!
Rimessomi in cammino, adesso vedevo che Nancy, Alex ed Helen mi stavano raggiungendo, ma ormai ero in un equilibrio precario di sopportazione del dolore, e se avessi modificato il passo avrei ricominciato ad aver male.
Quindi ho continuato a tirare dritto verso Invercargill, dove sono arrivato per le 17.
Poco dopo di me, nella stessa stanza, è arrivata anche Nancy! È pazzesco come alla fine ci si ritrovi sempre!
Ero abbastanza a pezzi, e ho passato una buona mezz’ora a spalamarmi di Voltaren e a scoppiare delle bolle di sangue che mi si erano formate dove battevano gli scarponi.
Poi sono andato al supermercato a comprare della vasellina, perché sapevo che era il solo modo in cui sarei riuscito a camminare il giorno dopo.
Nonostante tutte queste medicazioni non ero completamente sicuro di riuscire a finire il giorno seguente, ma fermarmi a un giorno dall’arrivo non mi andava proprio.

IMG_20160304_102350~2

Giorno 45: Invercargill > Bluff
L’ultimo giorno di Te Araroa pareva anche essere il peggiore: c’era da camminare per 16 km lungo un’autostrada strettissima.
La mattina mi ero abbastanza ripreso dai dolori del giorno precedente, anche se sapevo che si sarebbero ripresentati dopo pochi chilometri di cammino.
Nancy era uscita poco prima di me, ma doveva andare a fare check-in in un altro ostello prima di partire, quindi ero abbastanza certo di essere davanti a lei.
Appena giunto sul sentiero (i primi 10 km erano su una pista ciclopedonale) ho visto due persone 500 metri canti a me. Dopo una decina di minuti le ho raggiunte: pensavo fossero Alex e Helen, ma erano invece una coppia di svizzeri che avevo incontrato nei pressi di Aparima Hut. Abbiamo camminato insieme per una buona mezz’ora, ma quando si sono fermati per fare merenda io ho tirato avanti.
Sono giunto alla fatidica autostrada alle 10:20, e speravo di uscire dall’altra parte in circa tre ore.
Dopo una grande curva partiva un lungo rettilineo, e lì ho potuto vedere che c’era qualcun altro in cammino verso Bluff, circa un chilometro avanti a me.
Non riuscivo a capire chi potesse essere, per cui non mi rimaneva altro da fare che aumentare il passo e andare a scoprirlo.
Era Nancy! Non ho idea di come facesse ad essere davanti a me, ma era là.
Comunque dopo un inseguimento epico sono riuscito a raggiungerla e superarla, e finalmente ero in testa (come se fosse una gara poi…).
All’una sono arrivato alla fine della parte di strada e all’inizio degli ultimi 7 chilometri di sentiero, lungo la scogliera.
Sono arrivato alla fine, Stirling Point, poco prima delle tre.
Dopo mezz’ora sono stato raggiunto da Nancy e più tardi dalla coppia di svizzeri. C’era pure una coppia di ciclisti che aveva appena coperto la distanza da Cape Reinga a Bluff ( 3000 km) in soli 12 giorni! Stavano partecipando a una specie di gara: sono partiti in 250 da Cape Reinga e loro erano tra i primi 25 ad arrivare. Ogni giorno dovevano fermarsi per almeno 6 ore, e loro non si sono mai fermati per un minuto di più! E le loro bici, con le borse, erano leggerissime! Pesavano tipo come il mio zaino!
C’erano poi dei turisti cinesi che hanno insistito per farsi una foto con me e Nancy!
Prima di fare autostop per tornare a Invercargill ci siamo fermati al pub di Stirling Point per celebrare con una birra. Bluff è famosa per le ostriche, e a quanto pare le mettono pure nella birra, che aveva appunto uno strano gusto.
Tornato a Invercargill sono andato a fare una visita in un altro ostello, dove alloggiavano la maggior parte degli hikers in città (e dove Nancy si era trasferita quella mattina). Lì ho rivisto, tra gli altri, 10-Speed: l’ultima volta che l’avevo visto stava scavalcando Waiau Pass, più di un mese fa, e ora è il manager dell’ostello!

IMG_20160304_141010~2

Fun fact: la mattina dopo aver finito il Te Araroa potevo finalmente dormire quanto mi pareva, e pertanto ho pure fatto tardi la sera, andando a dormire dopo mezzanotte (cosa che non succedeva, mi sa, dall’anno scorso!). Invece alle 7 sono stato svegliato da 4 poliziotti che hanno fatto irruzione in stanza con pistole alla mano in cerca di un tale Andrew.

IMG_20160304_152148~2

“Nessun uomo ha il diritto di essere un dilettante in materia di preparazione fisica. È una vergogna per un uomo invecchiare senza vedere la bellezza e la forza di cui il suo corpo è capace.” Socrate

11. marzo 2016 by vanooger
Categories: Nuova Zelanda, Te Araroa, viaggi | 2 comments

La vecchia foresta

Te Araroa parte decima: da Te Anau a Riverton
IMG_20160226_191950~2

In ostello a Te Anau c’era una coppia di ragazzi israeliani, ma nemmeno loro erano quelli che sto cercando. Forse il mio bigliettino in ebraico è in realtà un potente talismano che attira gli israeliani, chissà.
Per tutto il pomeriggio ha continuato a piovere a dirotto, il che ha fatto sì che mi prendessi un’altra gran lavata andando a fare la spesa.
Ma nonostante la pioggia ho comunque steso ad asciugare tutti i miei averi. Dove? In camera!
Ho pure fatto una gran lavatrice con tanto di asciugatura alla fine, cosa che finora non avevo mai fatto…
Da Te Anau il Te Araroa attraversava due foreste, Takitimu Forest e Longwood Forest, e spuntava fuori in riva al mare.

IMG_20160227_130235~2

Giorno 39: Te Anau > Aparima Hut
Dopo aver ripiegato con cura tutta la mia roba asciugata, me ne sono uscito in strada per fare autostop e tornare sul sentiero. Prima mi ha tirato su un ragazzo israeliano (!!!) che mi ha lasciato a un incrocio in mezzo al nulla, e poi una coppia di ragazzi inglesi che mi ha pure riportato indietro quando mi sono reso conto che avevamo passato il punto in cui dovevo scendere. Gentilissimi! Volevo lasciargli dei soldi per una birra ma non hanno voluto.
Dalla strada principale erano 6 km di strada sterrata per arrivare al primo Hut. Non c’era nessun cartello, quindi l’unica conferma che mi trovavo sul sentiero giusto l’ho avuta solo quando sono arrivato al rifugio, sul limitare della foresta.
Lì ho incontrato un ragazzo inglese con cui ho chiaccherato un po’ e ho scoperto (da lui e dal registro) che Martin e il suo gruppo avevano dormito lì la notte prima, e quindi ora erano solo poche ore avanti a me!
Mi sono dunque fiondato nella boscaglia per raggiungerlo.
Il sentiero, all’interno della Takitimu Forest, si arrampicava su per raggiungere un sella e poi da lì scendeva in un bella vallata con dei tratti allo scoperto. Era bello, sì, ma era anche abbastanza difficile da percorrere, in mezzo a fango ed erba alta.
Comunque in 4-5 ore sono arrivato ad Aparima Hut, che erano in realtà due Hut e parevano anche abbastanza pieni a giudicare dal numero di scarponi e bastoni appoggiati fuori. Tanta gente significava che quasi sicuramente Martin era lì.
Sono entrato nell’Hut più grande e infatti l’ho trovato! Evvai! Dopo due secondi ci eravamo già fatti la fatidica domanda “Ma tu la carbonara come la fai? Ci metti la panna?” “No” “Bene”.
Oltre a lui c’erano i tre ragazzi con cui sta viaggiando: un ragazzo belga, uno tedesco e una ragazza australiana. E non solo! C’era anche John, il signore americano che già due volte avevo raggiunto, e Eric, un altro americano che stavo inseguendo da un po’.
Grande festa insomma! Poi sono arrivate altre due coppie di ragazzi, e ora della fine tutti due gli Hut erano pieni e gli ultimi arrivati hanno dovuto campeggiare.

IMG_20160227_165554~2

Giorno 40: Aparima Hut > Telford Campsite
Le Trail notes mettevano in guardia riguardo a questa sezione dicendo che era molto difficile seguire i segnali, e che il percorso costituiva una “sfida di orientamento”.
Io, che il sentiero lo perdo un giorno sì e uno no anche quando è ben segnato*, già sapevo che mi sarei perso.
E infatti dopo mezz’ora dalla partenza, e dopo aver visto quattro segnali di numero, ho completamente smarrito il sentiero e ho dovuto andare a caso.
Il mio vagare mi ha portato, tra l’altro, in un recinto di mucche che, come mi hanno visto, hanno cominciato a muggire. Il muggito si è rapidamente propagato ai recinti “vicini” (a qualche chilometro) e in un attimo l’intera vallata è stata riempita dal verso delle mucche.
Dopo circa tre ore di cammino ero giunto, secondo i miei calcoli, in prossimità dell’Hut che stavo cercando di raggiungere. Mi sono dunque ridiretto nella boscaglia e, con mio grande stupore, me lo sono ritrovato davanti praticamente subito! Grande soddisfazione!**
Per di più ero anche il primo ad arrivare.
Era quasi mezzogiorno, ma c’era un’ultima montagna da scalare prima di pranzo (ultima nel senso che è proprio l’ultima del Te Araroa pare).
Dopo 440 metri dalla cima (lo dicono le Trail notes: una precisione incredibile!) il sentiero usciva dalla foresta e il panorama si spalancava: si vedeva il mare!
Il mare, capite? Erano due mesi che non lo vedevo! E là in fondo si intravedeva Bluff, la fine del Te Araroa.
Se non era questo il posto perfetto per pranzare…
Dopo pranzo erano solo 3 chilometri per scendere a un campeggio (= prato con cesso chimico) dove mi sono fermato per la notte.
Erano solo le 15:30, quindi ho montato la tenda e mi sono goduto il pomeriggio di relax al sole.
Inizialmente ho cercato di stare sdraiato nel prato a leggere, ma c’erano veramente troppe Sand Flies, quindi sono andato a rifugiarmi in tenda.
Il resto del pomeriggio l’ho quindi passato chiuso dentro la tenda, stando bene attento a ponderare le mie uscite con cautela per non farmi mangiare vivo dagli insetti e soprattutto portarne il meno possibile dentro.

* Oh, sono discromatico, i segnali arancioni su sfondo verde proprio non li vedo.
** Per cui quando la gente si fa beffe di me perché mi perdo io gli spiego che in realtà non mi perdo: “I lose the track, I don’t lose the way”.

IMG_20160228_135014~2

Giorno 41: Telford Campsite > Inizio del Longwood Forest Track
Nonostante la giornata precedente fosse stata stupenda, durante la notte c’è stato inaspettatamente un temporale, quindi la mattina dopo era tipo tutto bagnato ed uscire dalla tenda è stato un po’ un trauma. Martin, che non aveva una tenda vera e propria ma solo un telo per coprirsi, era sparito.
Per uscire dal Takitimu Forest Track c’era da camminare per una ventina di chilometri in mezzo a una fattoria. Siccome volevo essere fuori per pranzo ho messo il turbo e sono arrivato alla fine in tre ore e mezza.
Mi trovavo però su una strada non molto trafficata, e il primo paese era a 7 chilometri, il primo supermercato a 16.
Mi sono dunque messo in cammino e dopo una buona mezz’ora sono finalmente riuscito a fermare una macchina per farmi portare al paese col supermercato.
Lì ho mangiato il tradizionale hamburger (lo facevano nel supermercato) e ho fatto rifornimento di cibo. Poi, con altri due passaggi in autostop, sono tornato sul sentiero.
Per arrivare all’inizio del Longwood Forest Track, l’ultima sezione di foresta prima di arrivare al mare, c’era da camminare per 7 chilometri fino alla fine di una strada sterrata.
Sono arrivato alla fine della strada giusto due secondi prima che ricominciasse a piovere.
Non c’erano grandi spazi per campeggiare, quindi mi sono dovuto un po’ inventare e alla fine ho dovuto piantare la tenda sul prato già bagnato e non troppo pianeggiante.
Dopo un’oretta che me ne stavo lì nella mia tenda umidiccia sono arrivati Alex ed Helen, che avevo incontrato nella sezione precedente, e Nancy!
Nancy è una signora americana che da quando è andata in pensione, 5-6 anni fa, passa il suo tempo facendo lunghe camminate. Ha fatto l’Appalachian Trail, il PCT, il Continental Divide Trail ed ora è qui.
È famosissima sul sentiero, infatti l’avevo sentita nominare da quando ero ad Arthur’s Pass, tipo un mese e mezzo fa.

IMG_20160229_090437~2

Giorno 42: Inizio del Longwood Forest Track > Martin’s Hut, l’ultimo Hut del Te Araroa
Altra pioggia durante la notte. Come se la mia roba non fosse già abbastanza bagnata!
Alle 8:20 mi sono messo in cammino. La prima parte del sentiero portava, in 4 chilometri e mezzo, in cima a Bald Hill (la collina calva). Sono arrivato lì in cima per le 10, con Nancy, Alex e Helen poco dietro di me.
C’era freddissimo, e le nuvole erano basse e non si vedeva niente (normalmente si riuscirebbe a vedere il mare e Bluff!).
In cima alla collina c’era un antenna, e lì abbiamo incontrato due tecnici della manutenzione che ci hanno invitato nel loro capanno a farci un tè caldo. Figata!
Siamo ripartiti dopo una mezzoretta. Il sentiero scendeva per 3 km lungo una strada sterrata e poi ripartiva a salire sull’ultimissima cima del Te Araroa (sì, ce n’era un’altra).
Lungo la discesa ho camminato assieme a Nancy e ci ho chiaccherato un po’, ma quando siamo arrivati all’inizio della salita sono partito in quarta verso la cima.
Il motivo è che Martin’s Hut aveva solo 4 posti, ed eravamo preoccupati che qualcuno potesse arrivare da sud a fregarci il posto. Io decisamente non avevo voglia di campeggiare un’altra notte nella mia tenda bagnata, e per di più non sembrava ci fossero gran posti per campeggiare (e comunque era tutto bagnato!).
Il cartello diceva che ci volevano 6 ore per arrivare all’Hut. Ce ne ho messe tre!
L’ultima parte di sentiero, prima di scendere nella foresta verso il rifugio, era lungo la cresta di una collina. Il panorama, in giorni sereni, dev’essere una figata. Per me solo vento e nebbia. Vabbè.
Arrivato all’Hut ho pranzato e poi ho cominciato a raccogliere legna per fare un fuoco per asciugare tutta la mia roba.
Dopo un’ora dal mio arrivo sono arrivati anche Nancy, Alex e Helen. Fortunatamente c’era posto per tutti.
Ma, sorpresa, un paio d’ore dopo un’altra persona si è presentata alla porta: Martin! A Martin’s Hut!!!
Ha detto che due notti prima, alle 22:30, il vento si era fatto troppo forte ed aveva dovuto mettersi in cammino. Di notte! Con la tempesta! Alla fine ha dovuto irrompere in un Hut privato che c’era lungo la via per ripararsi!

IMG_20160228_143108~2

Giorno 43: Martin’s Hut > Riverton
Da Martin’s Hut il sentiero scendeva lungo quello che era, se ho capito bene, un canale che serviva per portare l’acqua negli insediamenti di cercatori d’oro. Le Trail notes dicevano che quella sezione aveva recentemente subito lavori di manutenzione, quindi era ben tenuta.
Chiaramente non era così, e ogni 500 metri c’era un albero caduto che bloccava la via e ti faceva anche dubitare di essere sul sentiero giusto. Ma dopo 5 ore di discesa a zig zag lungo il fianco della collina sono finalmente uscito dalla boscaglia e mi sono trovato davanti a Colac Bay.
Alex mi aveva detto la sera prima che nella taverna del villaggio facevano “hamburger grossi”, quindi ero molto contento di arrivare lì per ora di pranzo.
Sono entrato nel pub e ho detto “Mi hanno detto che a Colac Bay c’è un posto che fa hamburger giganti. È questo il posto?”. La cameriera mi ha guardato un po’ spaventata e ha detto di sì.
Dopo aver ordinato sono andato in bagno e mi sono reso conto, guardandomi allo specchio, che ero coperto da capo a piedi di fango.
Poco passate le due mi sono rimesso in cammino: c’erano solo 13 chilometri sulla spiaggia per arrivare a Riverton, e visto il meteo decisamente favorevole aveva senso percorrerli quel giorno.
Come al solito, anche sulla spiaggia, il Te Araroa non puoi esimersi dall’andare in salita, e negli ultimi chilometri lasciava la costa per scavalcare una collina.
Giunto dall’altra parte ho finalmente cominciato a scendere su Riverton, che sembrava la classica cittadina di pescatori e che mi ha quindi fatto venire voglia di fish&chips.
Giunto in paese ho chiamato Martin, che era arrivato lì prima di me, e l’ho raggiunto dell’ostello in cui alloggiava.
A parte noi non c’era nessun altro, ma più tardi siamo stati raggiunti da Nancy, Alex ed Helen (che erano capitati nel nostro stesso ostello per caso).
La coppia che gestiva l’ostello era gentilissima, e ci ha intrattenuto tutta la sera raccontandoci curiosità sul luogo.
Questo ostello è il perfetto esempio di come il Te Araroa aiuti l’economia dei piccoli paesi: solo nell’ultimo mese hanno avuto 50 hikers che hanno alloggiato lì! Pazzesco!

IMG_20160302_152900~2

05. marzo 2016 by vanooger
Categories: Nuova Zelanda, Te Araroa, viaggi | Leave a comment

E scoppia il temporale

Te Araroa parte nona: da Queenstown a Te Anau
IMG_20160224_095025~2

Se uno non ha voglia di spendere soldi in paracadutismo, parapendio, bungee jumping, giri in motoscafo e cose del genere, Queenstown non ha molto da offrire. A parte una cosa: cibo!
Tutti mi dicevano che la città era carissima, ma oh, sarò stronzo io, a me è parsa la città più economica della Nuova Zelanda. E quindi via: hamburger, pizza, tacos e tanta felicità. E sopratutto il McFlurry, il miglior gelato che si possa trovare fuori dall’Italia.
Altro grande upgrade effettuato a Queenstown: ho comprato delle mutande e delle calze nuove. Dopo 900 km a piedi le mutande si erano tipo fuse e le calze completamente consumate.
A parte questo non c’è stato molto da fare, e anzi, non vedevo l’ora di tornare sul sentiero.
IMG_20160224_130149~2

Giorno 36: Queenstown > Taipo Hut
Il Te Araroa si interrompeva a Queenstown in riva al lago, e riprendeva sull’altra sponda a 80 km di strada. Per tornare sul sentiero c’erano due opzioni: uno shuttle da 45$ oppure fare autostop. Ho scelto di fare autostop.
Solo che farlo era facilissimo fino a Glenorchy, un paese sulla punta nord del lago, ma poi da lì la strada diventava sterrata e non portava da nessuna parte. Però, mi sono detto, male che vada posso fermare lo shuttle.
Ho dunque lasciato l’ostello alle 8 e mi sono diretto al confine di Queenstown. Lì ho aspettato per una decina di minuti, finché a un certo punto un camper non si è fermato. Sono andato al finestrino e ho però scoperto che si erano in realtà fermati solo per fare una foto al panorama. Però già che erano fermi gli ho chiesto se potessero darmi un passaggio e hanno accettato.
Erano una coppia sulla cinquantina che veniva da Israele, e mi hanno detto che proprio un paio di giorni prima avevano dato un passaggio a due ragazzi di Israele che stavano anche loro facendo il Te Araroa. Li avevano lasciati all’altro capo della sezione di sentiero che mi stavo accingendo a percorrere, e siccome stavano andando in direzione nord li avrei certamente incontrati da qualche parte. Per questo mi hanno detto i loro nomi, Yonatan e Yuval, e mi hanno lasciato un messaggio, scritto in ebraico, da consegnargli.
Mi hanno anche dato una mela e una pesca! Figata!
La vera figata però era avere delle informazioni su due ragazzi provenienti da sud, perché qualora li avessi incontrati avrei potuto stupirli chiamandoli per nome senza che si presentassero (cosa che invece in genere puoi fare se raggiungi qualcuno che viene da nord, perché hai letto il suo nome sui registri degli Hut).
E questo è stato il primo passaggio. Poi sono stato tirato su da una coppia di francesi, poi da una coppia di inglesi ed infine da un ragazzo neozelandese. Alle 12 ero all’inizio del sentiero.
Ci volevano 3-5 ore per arrivare al primo Hut e altre 4-5 per il secondo.
Dopo un’ora di cammino mi sono imbattuto in un responsabile del DoC (Department of conservation) che stava andando a tagliare un tronco che bloccava il sentiero che avevo appena scavalcato. Mi ha detto che davanti a me c’erano già tre camminatori del Te Araroa, tra cui la coppia ragazzo americano/ragazza olandese (Jack e Jesse) che apparentemente aveva solo 10 minuti di vantaggio su di me. Ho accelerato il passo e infatti di lì a poco li ho raggiunti.
Sul sentiero c’era un sacco di altra gente, tra cui una comitiva di ben 21 persone che per fortuna non andava negli Hut in cui andavo io.
Sono arrivato al primo Hut alle 14:30, e dovevo ancora pranzare. Nell’Hut c’erano già 4-5 persone, tra cui un ragazzo israeliano che ho osservato mentre scriveva il suo nome nel registro: Yuval!
Gli ho dunque chiesto dove fosse suo fratello Yonatan, e lui mi ha guardato strano.
“Non hai un fratello che si chiama Yonatan?”
“No”
“E un paio di giorni fa non hai fatto autostop e sei stato tirato su da una coppia di israeliani?”
“No”
“Quindi questo messaggio non è per te?”
“No”

Assurdo. Ho beccato un ragazzo israeliano con lo stesso nome e nello stesso posto in cui dovevo beccare l’altro. Ho spiegato l’incredibile coincidenza all’altro Yuval e lui mi ha detto, con la voce più piatta e meno entusiasta che abbia mai sentito: “Beh, è un nome molto comune in Israele”. Vabbè, certa gente non ce la fa.
Tra l’altro se non vado errato ogni anno Israele emette solo 300 visti (working holiday, quello che fanno i ggiovani)(vabbè, ci sono comunque un sacco di israeliani col visto turistico) per la Nuova Zelanda, quindi la coincidenza è tipo uaaaaaaa!
Dopo pranzo mi sono rimesso in cammino per raggiungere Taipo Hut. Il sentiero scavalcava il punto più alto della sezione (una sella a soli 740 metri d’altitudine, tsk!) e poi scendeva verso il rifugio.
Lì ho incontrato Andy, che avevo visto brevemente all’Hut precedente, che è uno che sta facendo l’intero Te Araroa e avevo letto il suo nome in un sacco di registri.
Più tardi sono arrivati anche Jack e Jesse.
Dal registro dell’Hut ho scoperto che Yonatan e Yuval erano già stati lì, ma che stavano andando in direzione sud* (la mia). E avevano tipo 4 giorni di vantaggio. Difficile che riesca a consegnare loro il messaggio prima della fine del Te Araroa, ma ci proverò.

* Quindi in realtà la cosa veramente assurda è che i tizi che mi hanno tirato su quando ho fatto autostop non avessero capito dove Yonatan e Yuval stessero andando, pur parlando la stessa lingua madre…
Questo a meno che non si tratti di un altro Yonatan e un altro Yuval, ma se così fosse mi mangio un libro di calcolo delle probabilità.

IMG_20160224_122708~2

Giorno 37: Taipo Hut > l’ultimo ponte sul Mararoa River
Le previsioni per la giornata davano pioggia, che puntualmente è arrivata nel corso della notte (anche il pomeriggio prima in realtà aveva piovuto un po’). Questo complicava un po’ i miei piani, ma ancora non mi rendevo conto quanto.
Erano 12 km per il primo Hut, poi altri 6 per il secondo. Da lì poi erano altri 10 km per giungere a un campeggio, e infine c’erano altri 15 km per giungere all’Hut successivo.
L’idea era di arrivare sicuramente al campeggio, e poi da lì, visto che comunque se mi fossi fermato avrei dovuto dormire in tenda, cercare di proseguire il più avanti possibile. Con l’arrivo della pioggia mi ero quasi convinto a cercare di arrivare all’Hut successivo, perché piantare la tenda sul bagnato non mi andava.
C’era anche un altro motivo per cercare di ammazzarsi e arrivare all’ultimo Hut, ovvero che ero quasi certo che là avrei incontrato Martin.
Chi è Martin? È un altro tizio italiano che sto seguendo da mesi che finalmente ho quasi raggiunto.
Fino al primo Hut sono andato via spedito, coprendo la distanza in due ore e mezza. Da lì poi il sentiero diventava una strada sterrata, quindi più facile da percorrere.
Siccome era così facile non c’erano più i segnali da seguire, peccato che ad un certo punto ci fosse un bivio senza nessuna indicazione. In realtà ero abbastanza certo, diciamo un buon 80%, che la via giusta fosse quella a sinistra, ma siccome sono scemo ho deciso di andare a destra. E così mi sono trovato a dover attraversare un fiume gigantesco, con l’acqua che mi arrivava all’ombelico.
Non un grosso problema per me, ma all’altezza dell’ombelico, nello zaino, ci sono tenda e sacco a pelo.
Dopo aver attraversato il fiume ho dovuto scalare una collina per tornare sulla strada giusta, passando in mezzo a rovi ed erba altissima. E in tutto questo pioveva, quindi l’erba era bagnastissima e i rovi hanno pure strappato via la copertura impermeabile dal mio zaino.
Tornato sulla strada ero bagnato come mai lo ero stato prima: dalla vita in giù ero bagnato perché ero finito nel fiume, petto e braccia erano bagnati perché ero finito in mezzo ai rovi, lo zaino era bagnato per via della pioggia e sotto la giacca ero studiatissimo, quindi ero bagnato anche lì.
All’Hut successivo però, fortunatamente, c’era già gente e un camino col fuoco acceso. Ho dunque sistemato un po’ la mia roba, controllato che il sacco a pelo fosse ancora asciutto (grazie dry bags!) e mi sono rimesso in cammino.
Ho pranzato al campeggio, dove in realtà speravo di trovare una tettoia che mi riparasse dalla pioggia. Non c’era. Quindi il mio pranzo è stato un po’ annacquato.
Ero così giunto alla fine di una sezione di sentiero, e mi accingevo ora a cominciarne un’altra.
Le indicazioni dicevano 12 km e 4 ore per giungere a Kiwi Burn Hut: easy.
Però il problema, ho scoperto, è che da Kiwi Burn, per rimettersi sul Te Araroa, bisogna guadare un fiume. Se questo non è possibile bisogna tornare indietro di 4 km fino all’ultimo ponte, e attraversare lì.
Siccome la pioggia insistente aveva decisamente ingrossato i corsi d’acqua, sembrava impossibile che di lì alla mattina dopo il fiume fosse praticabile. Quindi andare a Kiwi Burn significava allungare di 8 km e due ore il cammino. No grazie.
Nonostante fossi bagnato fino al midollo, e un Hut mi avrebbe fatto particolarmente comodo, ho montato la tenda proprio a fianco al ponte sospeso, mi sono cucinato velocissimamente la cena e mi sono infilato dentro ad asciugarmi.
Nonostante la situazione decisamente scomoda non mi sono pentito neanche per un secondo di trovarmi lì.
Anzi, essere in tenda, con un paio di vestiti asciutti (dry bags!), un pasto caldo e un po’ di cioccolata mentre fuori diluviava ha dimostrato che nello zaino avevo esattamente tutto quello di cui avevo bisogno!

IMG_20160224_171138~2

Giorno 38: Ultimo ponte sul Mararoa River > Te Anau
Sveglia alle 6:30 dopo una gran dormita, smontata la tenda e via verso Te Anau!
Nella prima parte della giornata dovevo ricongiungermi col Te Araroa, che riprendeva dal guado vicino all’Hut, a 4 km. Per farlo dovevo camminare lungo un recinto. Questo non era un sentiero segnalato, e a dire il vero non era proprio un sentiero. Immagino che poche persone lo percorrano, ed era veramente una lotta contro i rovi, le erbacce e il terreno paludoso.
Dopo un’ora mi sono imbattuto in un cartello che mi comunicava che ero tornato sul TA, e speravo che da lì la situazione e migliorasse.
Ho seguito il sentiero per un’altra ora, nelle stesse condizioni di prima, e alla fine mi sono stufato. Lì a un chilometro correva parallela una strada a cui comunque mi sarei ricongiunto in seguito, quindi ho deciso di anticipare i tempi e di ricongiungermi subito. Anche perché, tra l’altro, stava ricominciando a piovere.
Da lì il passo è stato decisamente più svelto, e in poche ore sono arrivato alla fine del sentiero, da dove ho fatto autostop per giungere a Te Anau.
Come al solito su internet tutti gli ostelli sembravano essere al completo, ma nel primo in cui sono entrato avevano un letto disponibile. Ho culo io? È possibile.

IMG_20160224_154959~2

“Verranno giorni, là fuori, tutt’altro che semplici. Giorni in cui rimpiangerò di non essere mai stato un tipo tra le righe. Mi maledirò per aver permesso a certe passioni di essersi potute radicare così profondamente nella mia persona. Saranno solo attimi… Poi capirò perché sarò là. Ad ogni persona è stato assegnato un posto nel mondo. Il mio è un posto senza nome e senza terra in cui soffia il vento della libertà.” Alex Bellini

Ecco, magari non così epico, ma il senso è quello…

IMG_20160226_080859~2

IMG_20160226_080149~2

02. marzo 2016 by vanooger
Categories: Nuova Zelanda, Te Araroa, viaggi | 1 comment

La via che porta a Queenstown

Te Araroa parte ottava: da Wanaka a Queenstown
IMG_20160219_154501~2

Qualche settimana fa, mentre stavo guardando le mappe delle sezioni più avanti, Chris mi fa:
“Che parte stai guardando?”
“Oh, il Motatapu Alpine Track”
“Ah, mi hanno detto che è la parte più difficile…”
“VAFFANCULOOOOOO!!!!”

La mia permanenza a Wanaka era stata una figata. Avevo dovuto dormire in tenda, certo, ma a parte quello ero tornato alla civiltà. Ed è vero, non c’era, come mi aspettavo, un McDonald, ma c’era di meglio: un cinema!
In realtà ci sono, pare, addirittura due cinema a Wanaka, ma quello dove sono andato io, il Cinema Paradiso, è quello figo.
La sala è in legno, col tetto spiovente e le capriate a vista, e le sedie sono un insieme di poltrone da cinema e divani. Bellissimo.
Inoltre avevano una birra incredibile e durante l’intervallo sfornavano biscotti buonissimi. Veramente il cinema più figo in cui sia mai stato!
Siccome era molto piccolo bisognava segnarsi su un foglio per il film che si voleva vedere. Io volevo vedere Deadpool e The Hateful Eight, ma la lista del primo era già piena.
Ho dunque optato per il film di Tarantino, ma quando poi sono uscito dalla sala si era liberato un posto per Deadpool, quindi ho visto anche quello!
Giunto alla fine della mia serata cinefila mi sono incamminato verso il campeggio. Fuori pioveva, ma c’era uno spiraglio di cielo sereno dove la luna splendeva. Ho così assistito a un Moonbow, che ho dovuto prontamente googolare per essere certo che fosse esattamente quello che stavo vedendo, ovvero un arcobaleno notturno!

Il giorno dopo era dedicato al riposo, e l’ho passato sbrigando le solite faccende che sbrigo quando sono in paese: lavatrice e spesa.
Dopodiché ho portato i miei stivali, che avevano retto fino a quel momento grazie al filo interdentale, a subire una riparazione appropriata. E ora che gli stivali sono riparati non c’è più nulla che si frapponga tra me e la fine del Te Araroa!
Il resto del tempo in città l’ho passato cercando una connessione Wi-Fi decente. La biblioteca era strapiena di gente, e comunque internet non era un granché, mentre ho scoperto che il supermercato metteva a disposizione una rete gratuita.
Mi sono dunque seduto fuori dal supermercato per sfruttare la potenza del web, e mentre me ne stavo lì a farmi gli affari miei una voce ha chiamato il mio nome: “Paolo Riccelli!”.
Chi cavolo è che mi chiama per nome e cognome a 18000 chilometri da casa?
Era Nic, un ragazzo canadese che avevo conosciuto sul Richmond Range un mese prima! Dopo quella parte di sentiero si era dovuto fermare per una decina di giorni perché aveva un’infezione al piede, ma ora mi aveva finalmente raggiunto (Mannaggia! E io che credevo di star andando veloce…).
Chiaramente io non avevo nessunissima idea che lui mi stesse inseguendo (lui invece sapeva che mi avrebbe visto presto, visto che leggeva il mio nome nei registri degli Hut…) ed è stata una gran sorpresa.
Ci siamo subito lanciati in un entusiastico racconto di tutto quello che ci era capitato nell’ultimo mese, e poi siamo anche andati a cenare assieme.
Dopo cena Nic ha proseguito lungo il sentiero per cercare un posto dove fare free camping, mentre io, che a quanto pare c’ho il cash, me ne sono tornato al mio campeggio. Comunque il giorno dopo puntavamo allo stesso rifugio, quindi sapevamo che ci saremmo rivisti.
IMG_20160220_111003~2

Giorno 32: Wanaka > Highland Creek Hut
Erano due giorni che pioveva, quindi sapevo che uscire dalla tenda quella mattina e prepararsi sul prato bagnato, e soprattutto smontare la tenda bagnata, sarebbe stata una gran seccatura (bagnato, seccatura… Ahahah!). Invece quando la mattina mi sono svegliato la tenda era asciutta! Ho smontato tutto in fretta, prima che ricominciasse a piovere, e sono andato a fare colazione nella cucina del campeggio.
Verso le otto e un quarto mi sono messo in cammino.
Da Wanaka il sentiero prosegue per 15 km lungo il lago, per arrivare all’inizio del Motatapu Alpine Track, l’ultima (pare) parte difficile del Te Araroa. Da lì erano 3 ore al primo Hut e altre 4 per il secondo, quello a cui puntavo.
Dopo circa un’ora di cammino ho visto Nic poco più avanti a me, quindi ho affrettato il passo e l’ho raggiunto.
Abbiamo passato tutto il tempo a parlare di cibo, di cucina italiana e canadese (??) e sopratutto di quello che mangiamo lungo il sentiero. E tra l’altro abbiamo pure mangiato sulla via, visto che sul percorso abbiamo trovato alberi di mele, prugne e pure un pesco (che però non era ancora maturo…).
Tra i discorsi non inerenti al cibo che abbiamo fatto abbiamo parlato di come ultimamente sul sentiero si incontrasse poca gente. Come non l’avessimo detto, di lì al primo Hut abbiamo incontrato almeno una dozzina di persone.
Al primo Hut abbiamo pranzato, in compagnia di una coppia di tedeschi e di una ragazza olandese che viaggiava assieme a un ragazzo dagli stati uniti. Quest’ultimo non ha detto una parola per tutto il pranzo, a parte “U.S.” quando gli abbiamo chiesto da dove venisse.
I ragazzi tedeschi invece erano ammirati dall’idea del Te Araroa e ci hanno fatto un sacco di domande (“Don’t you ever get bored of walking?”). Dovevamo veramente sprizzare entusiasmo, perché i nostri racconti li hanno spinti, abbiamo scoperto più tardi, a seguirci fino all’Hut successivo.
Quest’ultimo era Highland Creek Hut. Quando ci sono arrivato, oltre e Nic che sapevo essere davanti a me, c’era già un’altra persona: John, il signore americano che a Tekapo mi aveva prestato ago e filo interdentale per riparare i miei scarponi!
Gli ho dunque mostrato soddisfatto la riparazione effettuata a Wanaka e l’ho ringraziato ancora.
Di lì a poco l’Hut si è riempito. Da sud, ovvero la direzione opposta a quella da cui venivamo noi, sono arrivati altri tre ragazzi americani e una coppia di francesi. Poco più tardi samo stati raggiunti dal ragazzo americano e dalla olandese, che ci hanno detto che la coppia di tedeschi era dietro di loro.
12 persone quindi, e 12 erano i letti disponibili dell’Hut! Perfetto!
Tra le varie cose divertenti che sono successe quel pomeriggio ho scoperto che il ragazzo americano antisociale aveva i miei stessi scarponi (#BootBros!) e anche i suoi si erano rotti nello stesso punto (#BrokenBootBros!), quindi sono riuscito a strappargli un sorriso!
IMG_20160221_091339~2

IMG_20160219_172804~2

Giorno 33: Highland Creek Hut > Roses Hut
Il tratto tra Highland Creek e Roses veniva descritto dalle Trail notes come il più impegnativo della sezione. Erano 10 km con due scalate e due conseguenti discese a valle. Il tempo previsto era di 5-6 ore, ma partendo alle 8 sono arrivato a destinazione appena passate le 12. Il piano era di continuare dopo pranzo, visto che il tratto seguente era solo di altre 4-5 ore che ero certo sarei riuscito a percorrere in meno tempo, ma subito dopo mangiato ha cominciato a piovere, quindi visto che di cibo ne avevo mi sono fermato.
C’era di più: ormai il paradosso è che se sto in montagna sono certo di dormire in un letto comodo, mentre è andando giù in città (Wanaka, Queenstown..) che rischio di non trovare posto e di dover dormire in tenda (pagando comunque un sacco di soldi). Quindi se potevo godermi un letto in più ero ben contento di farlo.
Prima volta che, finalmente, mi fermo al primo rifugio che trovo mi sa! Ah, che bello! Che relax!
Poco dopo essere arrivato all’Hut ho salutato per l’ultima volta Nic, che era arrivato prima di me e stava per ripartire: il suo piano era di arrivare ad Arrowtown, a 23 km e 7 ore di marcia, in serata. Pazzo!
Poco dopo pranzo, quando la pioggia stava giusto iniziando a cadere, sono stato raggiunto da John, e più tardi dalla coppia olandese-statunitense.
Più tardi è arrivato un altro ragazzo, dalla direzione opposta, bagnato fradicio.
C’era un sacco di spazio, quindi mi sono appropriato di ben tre materassi e mi sono creato un angolo comodissimo per leggere, dove ho passato buona parte del pomeriggio.
IMG_20160220_182301~2

Giorno 34: Roses Hut > Arrowtown
La porta dell’Hut era rotta, e non restava chiusa. Mi ha ricordato un po’ The Hateful Eight. Non so se sia stato per quello, o se sia stato semplicemente un drastico cambio climatico, ma la mattina c’era veramente freddo nel rifugio. Roba che facevamo le nuvolette di vapore respirando! O forse ci stiamo veramente spingendo un sacco a sud.
La giornata iniziava con la solita scalata di 600 metri per oltrepassare una montagna. Ma ormai queste cose sono all’ordine del giorno, e sono arrivato in cima in un ora soltanto!
La caratteristica Pokémon del percorso che mi torvavo ad affrontare è che passata la sella scendeva verso Macetown, un vecchio paese, ora abbandonato, di cercatori d’oro. La zona deve avere ancora qualche riserva aurifera però, perché lungo il sentiero mi sono imbattuto in un paio di cercatori (ormai non cercano più pepite, ma filtrano tonnellate e tonnellate di terra per estrarre pochi grammi d’oro).
Le opzioni dalla sella erano due: seguire il percorso segnato, oppure camminare lungo (dentro) il torrente. Quest’ultima via pareva molto più veloce, quindi, nonostante le piogge del giorno prima l’avessero un po’ ingrossato, è quella che ho scelto. E poi non sia mai che segua il percorso segnato!
L’acqua era freddissima e mi sono ghiacciato i piedi, ma in sole tre ore ho raggiunto Macetown.
Da lì si partiva per la scalata dell’ultima sella, quella di Big Hill e si scendeva poi verso il paese.
Ho pranzato in cima al passo, e lì c’erano già due ragazzi, un giapponese e uno spagnolo, con cui ho chiaccherato un po’. Dopo la loro partenza sono arrivate altre persone: un francese, un inglese e una ragazza dalla Malesia. Un sacco di gente!
Il sentiero dall’altra parte della sella era facilissimo, quindi scendere a valle è stato un gran piacere. Lungo il percorso ho incontrato un sacco di gente locale, il che mi ha portato a realizzare che era domenica.
Da Arrowtown speravo di riuscire a proseguire un po’ di più verso Queenstown, visto che apparentemente arrivando là verso ora di pranzo, con un po’ di culo si trova un posto dove dormire, ma tra le due città non c’era nessun campeggio. Quindi mi sono dovuto fermare.
Poco male, Arrowtown spacca! Anche questo paese è un lascito della corsa all’oro, e sembra un villaggio del Far West!
Hamburger e birra per cena e domani sveglia prestissimo per cercare di arrivare a Queenstown (27 km) per pranzo…
IMG_20160221_091824~2

Giorno 35: Arrowtown > Queenstown
Quando ho dormito in tenda a Wanaka ha piovuto tutta la notte e al mattino la tenda era asciutta, mentre qui ad Arrowtown c’era sole e caldo e la mattina la tenda era bagnata fradicia. Mistero.
Il sentiero che da Arrowtown portava a Queenstown era un insieme di brevi passeggiate, ed era, secondo me, un casino da seguire. Le Trail notes infatti erano un lungo elenco di nomi di vie in cui dovevo svoltare le seguire il percorso, ma non è che potessi girare tutta la mattina con il tablet in mano cercando la strada.
Mi sono dunque semplicemente puntato nella direzione giusta e ho iniziato a camminare.
Non sono del tutto sicuro di aver seguito la via più breve, ma di sicuro era quella più veloce (a un tratto mi sono trovato a camminare lungo l’autostrada…), e in 4-5 ore sono riuscito a giungere a Queenstown.
Queenstown è grande. E piena di gente. E ci sono un sacco di cose “divertenti” da fare: paracadutismo, bungee jumping, moto d’acqua, cose così… Quindi la gente è veramente dappertutto: guardi nel lago e ci sono motoscafi pieni di gente, guardi in cielo e ci sono parapendii che vengono giù! Pazzesco!
Ed essendo piena di gente, come ho già accennato, è un casino trovare un posto dove dormire.
Nei giorni precedenti avevo sentito storie assurde dalla gente che veniva da là, tipo che una piazzola in campeggio costava 50$. E su internet, che avevo guardato una settimana prima da Wanaka, era tutto pieno.
Arrivato in città all’una mi sono dunque fatto dare una mappa di tutti gli ostelli e mi sono messo alla ricerca.
Sono entrato nel primo ostello, ho detto:
“Avete un letto per stanotte?”
“Sì.”.
Fine della ricerca.
IMG_20160220_111520~2

IMG_20160221_081149~2

26. febbraio 2016 by vanooger
Categories: Nuova Zelanda, Te Araroa, viaggi | Leave a comment

Le nuvole si addensano

Te Araroa parte settima: da Twizel a Wanaka
IMG_20160212_165334~2

Giorno 27: Twizel > Freehold Creek
Dopo due giorni di riposo ero finalmente pronto a rimettermi in cammino. E mi aspettava una lunga giornata: quasi 40 km, seppure quasi tutti in pianura.
Alzarsi dal letto (il primo vero letto da Methven) è stata veramente dura, anche perché il mio compagno di stanza aveva parlato nel sonno per tutta la notte tenendomi sveglio.
Comunque alle 8:20 ero in strada. Per prima cosa dovevo raggiungere un lago artificiale lì vicino, poi da lì avrei proseguito lungo la sponda sud fino a giungere al suo immissario per risalirlo fino a Lake Ohau, che è invece un lago vero.
Da lì sarebbero poi stati 9 km di cammino sulla sponda del lago per giungere all’inizio del sentiero successivo, dove contavo di portarmi un po’ avanti visto che oltre a essere un tratto abbastanza lungo (26 km) le indicazioni erano anche abbastanza imprecise (dicevano “tempo di percorrenza: un giorno”), quindi meno strada avevo da fare meglio era.
Un paio di incontri interessanti sul sentiero.
Primo, Wayne, un pensionato  neozelandese che ho incontrato lungo il fiume. Ha venduto la casa e vive in un camper girando il paese e facendosi delle lunghe camminate. Ha detto che ha percorso un buon 90% del Te Araroa (quindi mi ha dato qualche consiglio sulle prossime parti) e conosceva un paio delle persone che ho conosciuto anch’io.
Secondo, una tizia che mi ha tirato su in macchina nei pressi di Lake Ohau. Stavo camminano sulla sponda ed ero praticamente ormai giunto all’inizio del sentiero quando questa tizia si è affiancata a me e mi ha chiesto se volessi un passaggio. Le ho detto che stavo percorrendo il Te Araroa e che ormai ero arrivato, ma lei mi ha detto che il sentiero cominciava di lì a tre chilometri. Siccome non avevo tantissima acqua ho accettato il suo passaggio, ma le ho richiesto se fosse sicura, perché a me pareva che il sentiero fosse molto più vicino. E lei “Of course I’m sure: I’m a local!”.
Beh, avevo ragione io, e quindi mi ha riportato indietro. In più mi ha anche messo la paranoia che non ci fosse acqua lungo il cammino, mostrandomi un paio di ruscelli asciutti.
Beh, c’erano due fucking fiumi pieni d’acqua! Quindi un sacco!
Giunto al secondo fiume era il momento di accamparsi, ma l’unico spiazzo d’erba pianeggiante sembrava essere proprio in mezzo al sentiero.
Mi sono guardato attorno e mi son detto “Beh, ci sono solo io qua…”.
IMG_20160214_121433~2

Giorno 28: Freehold Creek > Un prato vicino a un fiume
Le giornate si stanno accorciando, quindi ormai la luce del sole non mi sveglia più alle 6, ma alle 6:30. Però sono diventato più veloce a prepararmi, e anche dovendo smontare la tenda ci ho messo solo 45 minuti a mettermi in marcia.
La prima parte della giornata mi ha visto affrontare un passo a 1600 metri di quota (e partivo da 800!). Scendendo dall’altra parte, lungo un torrente, ho incontrato una coppia di ragazze, una polacca e una neozelandese, che sta percorrendo il Te Araroa in direzione nord. Dopo averci parlato per due secondi la polacca mi ha detto “Ah, ma sei italiano! Ecco perché sei così simpatico e socievole!”. Uo!
Questa parte di sentiero terminava col guado del Ahunuri River, il fiume più grande che attraversi il Te Araroa (senza contare Rakaia e Rangitata che ti dicono di non attraversare).
Devo dire che ho visto di peggio, e il guado è stato molto semplice.
Quando sono giunto al fiume, sulla sponda opposta, c’era un ragazzo che si stava preparando ad attraversarlo. L’ho raggiunto sull’altra sponda e ho scoperto che voleva guadare senza scarponi! Pazzo!
Ha detto che i suoi scarponi ci mettono tipo tre giorni ad asciugarsi.
Sono rimasto a guardarlo mentre, con mani e piedi in acqua, raggiungeva la sponda opposta (gli scarponi tra l’altro gli sono quasi cascati in acqua…) e poi mi sono rimesso in cammino.
Secondo le Trail notes da lì al primo Hut erano 7 ore di marcia, ed erano già le 15, quindi puntavo semplicemente a fare più strada possibile e accamparmi vicino a una fonte d’acqua.
Verso le 17:30 ho trovato lo spiazzo ideale e mi sono fermato.
IMG_20160214_144933~2

Giorno 29: Un prato vicino a un fiume > Stodys Hut
Mi aspettava un’altra tirata: erano circa 5 ore per giungere al primo Hut, poi altre 5 per giungere a un bivio da cui partiva una scalata di 2 ore per arrivare all’Hut dove volevo passare la notte.
La nottata era stata ventosa e il vento aveva portato nuvole che ora coprivano il cielo.
La prima parte della giornata prevedeva l’ascesa fino a Martha Saddle, a 1600 metri di quota. Di solito le Trail notes mettono in guardia se si tratta di un sentiero impegnativo, quindi siccome non dicevano nulla di particolare mi aspettavo una cosa tranquilla.
Invece, sarà per la mattinata fredda e ventosa, è stata dura arrivare in cima. Il sentiero comunque pareva veramente figo, però la giornata non lo valorizzava appieno.
Dall’altra parte della sella, e questo era anche scritto sulle note, il sentiero era particolarmente esposto. E il vento è aumentato, quindi mi sono affrettato a scendere a valle e ho raggiunto il primo Hut in 3 ore e mezza.
Giusto il tempo di ripigliarmi (mangiando barrette ai cereali pucciate nel burro di arachidi, la cosa più cicciona che abbia mai fatto!) e via di nuovo, che la strada era ancora tanta.
La sezione seguente scendeva lungo in un bosco lungo un torrente, attraversandolo una dozzina di volte. In genere quando si scende lungo un corso d’acqua la pendenza del sentiero è moderata, ma qui c’erano dei tratti in cui si saliva e si scendeva brutalmente per aggirare alcuni ostacoli.
Inoltre questo tratto era lunghissimo e pareva non finire più, tanto che quando sono arrivato al cartello che ne indicava la fine ho esultato.
C’era poco da essere allegri però, perché da lì partivano due ore di scalata per giungere all’Hut. Forse il sentiero più ripido che abbia affrontato finora, dove a tratti bisognava arrampicarsi con le mani e quasi coi denti!
Giungere all’Hut alle 18:30 è stata veramente una gran gioia.
Nell’Hut c’erano già due persone: un ragazzo polacco altissimo e un tizio neozelandese.
Quando sono arrivato il tizio neozelandese era in procinto di dar fuoco a un sacco a pelo che aveva trovato abbandonato dell’Hut e che aveva scoperto avere dei topi all’interno. Giusto in tempo per assistere allo spettacolo!
C’erano comunque altri topi dentro il rifugio, e quella notte li abbiamo sentiti aggirarsi attorno a noi.
IMG_20160214_172020~2

Giorno 30: Stodys Hut > Albert Town Campsite
Miglior giorno sul Te Araroa!
La prima parte della giornata prevedeva una camminata sulla cresta della montagna fino a raggiungere la cima di Breast Hill (che sebbene si chiami Hill è alta 1500 metri). Il sentiero ed completamente esposto, e il vento soffiava forte come il giorno precedente. Però arrivare in cima è stato una figata, anche perché per quando sono arrivato il vento era calato.
La cima era quasi a picco su Lake Hawea, 1200 metri più sotto, e da lì si camminava lungo il bordo del precipizio godendo di una vista fantastica.
Dalla cima sono giunto, in un’ora, all’ultimo rifugio di questa parte di sentiero, dove nonostante l’ora tarda ho incontrato un ragazzo neozelandese che sta percorrendo in direzione nord tutto il Te Araroa. Ha detto che comincia tardi le sue giornate, ma poi cammina tipo fino alle 10 di sera. Contento lui.
L’ultima parte di sentiero prevedeva la discesa fino al lago. 1000 metri di dislivello in 5 km di strada. Ripidissimo.
Le Trail notes davano un tempo di 3-4 ore per scendere, io ce l’ho fatta in un’ora e mezza (!!!). Solo buttandomi dal precipizio ci avrei messo meno.
Da lì, per la gioia delle mie ginocchia, il sentiero si faceva pianeggiante.
Mi sono fermato a mangiare in riva al lago e per le 15:30 sono arrivato a Lake Hawea village.
Entrando nel villaggio, sul bordo del sentiero, ho trovato un cestino di frutta con un biglietto che diceva “for TA hikers”. Ho addentato una prugna, il primo frutto fresco che vedevo dopo una settimana, e un attimo dopo avevo le mani colme di frutti, che ho mangiato in tipo due secondi.
Passando per le case mi sono trovato di fronte a un bar, e siccome c’era molto caldo e mi restavano solo due-tre ore di cammino facile ho pensato che potevo concerdermi qualcosa di fresco.
Quello che volevo più di ogni altra cosa era un tè alla pesca ghiacciato, ma non ce l’avevano, quindi ho dovuto optare per una pinta di birra.
Nello stesso momento in cui ero entrato io era entrata anche una coppia di ciclisti americani, anche loro lì per una birra, quindi ci siamo seduti assieme a chiacchierare.
Dopo la prima birra abbiamo preso un’altra caraffa tutti assieme, quindi sono riuscito a ripartire soltanto alle 17.
Erano 12 km da lì al campeggio dove volevo fermarmi, ma il sentiero era tutto in piano lungo un fiume.
Verso le 19 sono arrivato in vista del campeggio, ma c’era un problema.
Il campeggio era autogestito, nel senso che chi vuole pernottare deve infilare i soldi in una busta e metterli nell’apposita cassetta. Una notte costava 7 dollari, ma io nello zaino avevo solo una banconota da 50 dollari e un po’ di monete sparse. E trovare qualcuno che mi cambiasse i soldi pareva molto difficile.
Mentre attraversavo la strada ho però trovato per terra 1,70 dollari, e io vi giuro che sommando tutte le monete raccattate in giro per il mio zaino a quel dollaro e settanta arrivavo giusto giusto a 7 dollari. Ormai non ci si crede più, lo so.
Ho mangiato quasi tutte le rimanenza di cibo e sono andato a dormire. Tardissimo, perché era già tardi quando sono arrivato: alle 22:30!
IMG_20160216_080423~2

Giorno 31: Albert Town Campsite > Wanaka
Sveglia alle 7:45 e giornata super easy: 12 km in riva a un fiume e poi a un lago.
C’era però un problema: in tutta Wanaka sembrava non esserci un letto libero.
Mi sono incamminato, certo che un qualche posto per dormire l’avrei trovato. Il sentiero che portava a Wanaka pare essere molto frequentato da ciclisti e runner. A una certo punto una signora che correva si è fermata e ha attaccato bottone con me. Le ho spegato la situazione e lei mi ha dato il suo indirizzo, dicendo che se non avessi trovato posto potevo andare a stare a casa sua. Yeah.
A circa un’ora dall’arrivo mi sono fermato a fare pausa e ho scoperto che, contrariamente a quel che credevo, a Wanaka non c’è un McDonald. Bisogna arrivare a Queenstown! Ci sono rimasto molto male, e per riprendermi ho dovuto mangiare tutto quello che rimaneva nel mio zaino: barrette ai cereali, burro d’arachidi e cioccolato.
Arrivato in città sono andato al centro informazioni e ho chiesto se ci fosse qualche campeggio. Fortunatamente c’è n’era uno lì comodo che aveva posti disponibili, quindi mi sono sistemato là.
Circa un’ora dopo avere montato la tenda e sistemato un po’ la mia roba mi sono incamminato verso il centro. Ed in quel momento ha cominciato a piovere. E avrebbe continuato a farlo per due giorni, ma tanto la tenda era montata, e il giorno seguente avevo già programmato di riposare.
IMG_20160215_080822~2

IMG_20160216_122418~2

23. febbraio 2016 by vanooger
Categories: Nuova Zelanda, Te Araroa, viaggi | 1 comment

La Compagnia si scioglie

Te Araroa parte sesta: da Lake Tekapo a Twizel (senza camminare in realtà…)
IMG_20160212_081208~2

I piani per la mia permanenza a Lake Tekapo erano molto semplici: riposare.
Però lì vicino, a un paio d’ore di pullman, c’era il Monte Cook, la montagna più alta della Nuova Zelanda, e non potevo lasciarmi sfuggire l’occasione per visitarla.
Tanto più che alle sue pendici, al Mt Cook village, c’era un museo dedicato a Sir Eddmund Hillary, neozelandese e, per chi non lo sapesse, prima persona a scalare l’Everest.
Anche Chris contava di fare una visita al Mt Cook, però aveva il vincolo del suo colloquio per la borsa di studio il 12.
Dal canto mio invece io pianificavo di saltare la sezione seguente, visto che erano una sessantina di chilometri su strada, e di recarmi direttamente a Twizel, la città successiva. Questo piano si sposava perfettamente con la mia gita a Mt Cook, visto che potevo prendere l’autobus da Tekapo all’andata e poi fermarmi a Twizel al ritorno, risparmiando così una corsa.
Sarei volentieri andato a Mt Cook con Chris l’11 febbraio, ma per quella sera non c’era posto dell’ostello di Twizel, quindi ho dovuto rimandare di un giorno.
E poi il programma di Chris era abbastanza folle, visto che in 6 ore (il tempo tra l’autobus dell’andata e quello del ritorno) voleva fondarsi in cima al Mt Olliver, la prima montagna scalata da Hillary, e tornare giù.
Quindi l’11 me ne sono stato pacificamente a Tekapo, passando la giornata riparando cose (il materassino ha richiesto un secondo intervento) e mangiando senza vergogna.
Ho cominciato la giornata mangiando un’intera confezione di biscotti, che avevo calcolato doveva durarmi per due giorni, poi a pranzo mi sono fatto un’altra carbonara, 200 g, per finire gli ingredienti avanzati dalla sera prima.
Poi ho mangiato metà di un’altra scatola di biscotti, che avevo comprato per rimpiazzare la prima.
La sera, secondo un volantino appeso in ostello, doveva essere la serata hamburger. Ovvero dalla reception ordinavano hamburger per tutti e li facevano consegnare lì. Solo che quando siamo andati a ordinare ci hanno detto che il volantino era vecchio e che non la facevano più. Ma io ormai avevo voglia di hamburger!
A quel punto io, Chris e un altro ragazzo conosciuto in ostello, Lucas, ci siamo recati al pub più vicino (nonché unico pub) per cenare. Sulla via però siamo passati a fianco al supermercato, e Chris ha deciso di comprare qualcosa da cucinare. Lucas ha quindi deciso di aggregarsi a Chris, e siccome ero rimasto da solo mi sono unito anch’io.
Con soli 8 dollari a testa abbiamo comprato il macinato, i panini, pomodoro, insalata, patatine fritte e tutto l’occorrente per farci due hamburger a testa. E pure una vaschetta di gelato!
IMG_20160212_103349~2

La mattina dopo mi sono dovuto svegliare alle 6 per smontare la tenda e preparare lo zaino ed essere pronto per le 7:30 per prendere l’autobus per Mt Cook.
Il viaggio durava un paio d’ore, e sulla strada ci siamo fermati in un paio di punti panoramici a fare foto.
Mi sono intrattenuto parlando con l’autista, che mi ha raccontato che sulle montagne della zona vivono i Thar, che sono degli animali simili alle capre importati dall’Himalaya.
Verso le 9:45 l’autobus mi ha lasciato proprio di fronte al museo di Eddmund Hillary. Eravamo in una bellissima vallata e davanti a noi c’era un ghiacciaio gigantesco. Ogni tanto un pezzo di ghiaccio si staccava dalla parete e cascava giù.
Era ancora presto per visitare il museo (siccome era vicino alla fermata dell’autobus volevo tenerlo per la fine della giornata) quindi mi sono incamminato su per la Hookers Valley, una valle che si apriva sulla vista migliore del monte Cook.
Il sentiero era facilissimo, 5 km con un dislivello di 80 metri, e il tempo splendido. Una pacchia.
Però, a differenza dei sentieri del Te Araroa a cui sono abituato, c’era un sacco di gente, roba che in alcuni punti dovevi sgomitare per andare avanti.
Alla fine della vallata, proprio sotto al ghiacciaio, c’era un lago freddissimo. E oltre il lago svettava Mt Cook, che tra l’altro avevo scoperto la sera prima essere il Caradhras nel Signore degli Anelli (la montagna che Saruman cerca di buttare giù per capirci).
Mi sono fermato a pranzare sul lago, e siccome avevo fatto una levataccia (in realtà mi ero alzato alla solita ora, ma la sera prima avevo fatto “tardissimo”) ho pure fatto un sonnellino.
Ho dormito un sacco e mi sono svegliato alle 12:45: ci voleva un’ora e mezza tornare giù e alle 16 ripartiva il bus: avevo pochissimo tempo per visitare il museo!
Ma in discesa vado velocissimo, e in un’ora ero davanti all’entrata.
Il museo in realtà è alquanto deludente: l’ingresso costa 20 dollari e dentro ci sono solo pannelli con foto. Nulla di entusiasmante.
Però col biglietto si accede anche al cinema dove proiettavano un documentario sulla vita di Sir Eddmund Hillary, e quello era abbastanza interessante. Peraltro la voce narrante era di un altro Sir a me noto: Ian McKellen!
IMG_20160212_155420~2

Nel tardo pomeriggio sono arrivato a Twizel, il primo paese che mi ha dato un senso di “ritorno alla civiltà”: due negozi di roba da campeggio, una banca, due supermercati (della stessa catena e a 50 metri uno dall’altro… Mah..) e un ostello gigantesco (e molto caro tra l’altro).
Quando sono arrivato i negozi di attrezzatura da campeggio erano già chiusi, ma io dovevo comprare una bombola di gas per il mio fornellino. Ho chiesto in reception se sapessero di qualche altro posto dove potessi comprarla e la ragazza al banco mi fa “Uhm, a volte c’è gente che le lascia qui… Aspetta che guardo… Ecco, tieni!”. E così ho ottenuto una (mezza) bombola gratis. Oh yeah.

21. febbraio 2016 by vanooger
Categories: Nuova Zelanda, Te Araroa, viaggi | 2 comments

← Older posts

Social Media Auto Publish Powered By : XYZScripts.com