E scoppia il temporale

Te Araroa parte nona: da Queenstown a Te Anau
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Se uno non ha voglia di spendere soldi in paracadutismo, parapendio, bungee jumping, giri in motoscafo e cose del genere, Queenstown non ha molto da offrire. A parte una cosa: cibo!
Tutti mi dicevano che la città era carissima, ma oh, sarò stronzo io, a me è parsa la città più economica della Nuova Zelanda. E quindi via: hamburger, pizza, tacos e tanta felicità. E sopratutto il McFlurry, il miglior gelato che si possa trovare fuori dall’Italia.
Altro grande upgrade effettuato a Queenstown: ho comprato delle mutande e delle calze nuove. Dopo 900 km a piedi le mutande si erano tipo fuse e le calze completamente consumate.
A parte questo non c’è stato molto da fare, e anzi, non vedevo l’ora di tornare sul sentiero.
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Giorno 36: Queenstown > Taipo Hut
Il Te Araroa si interrompeva a Queenstown in riva al lago, e riprendeva sull’altra sponda a 80 km di strada. Per tornare sul sentiero c’erano due opzioni: uno shuttle da 45$ oppure fare autostop. Ho scelto di fare autostop.
Solo che farlo era facilissimo fino a Glenorchy, un paese sulla punta nord del lago, ma poi da lì la strada diventava sterrata e non portava da nessuna parte. Però, mi sono detto, male che vada posso fermare lo shuttle.
Ho dunque lasciato l’ostello alle 8 e mi sono diretto al confine di Queenstown. Lì ho aspettato per una decina di minuti, finché a un certo punto un camper non si è fermato. Sono andato al finestrino e ho però scoperto che si erano in realtà fermati solo per fare una foto al panorama. Però già che erano fermi gli ho chiesto se potessero darmi un passaggio e hanno accettato.
Erano una coppia sulla cinquantina che veniva da Israele, e mi hanno detto che proprio un paio di giorni prima avevano dato un passaggio a due ragazzi di Israele che stavano anche loro facendo il Te Araroa. Li avevano lasciati all’altro capo della sezione di sentiero che mi stavo accingendo a percorrere, e siccome stavano andando in direzione nord li avrei certamente incontrati da qualche parte. Per questo mi hanno detto i loro nomi, Yonatan e Yuval, e mi hanno lasciato un messaggio, scritto in ebraico, da consegnargli.
Mi hanno anche dato una mela e una pesca! Figata!
La vera figata però era avere delle informazioni su due ragazzi provenienti da sud, perché qualora li avessi incontrati avrei potuto stupirli chiamandoli per nome senza che si presentassero (cosa che invece in genere puoi fare se raggiungi qualcuno che viene da nord, perché hai letto il suo nome sui registri degli Hut).
E questo è stato il primo passaggio. Poi sono stato tirato su da una coppia di francesi, poi da una coppia di inglesi ed infine da un ragazzo neozelandese. Alle 12 ero all’inizio del sentiero.
Ci volevano 3-5 ore per arrivare al primo Hut e altre 4-5 per il secondo.
Dopo un’ora di cammino mi sono imbattuto in un responsabile del DoC (Department of conservation) che stava andando a tagliare un tronco che bloccava il sentiero che avevo appena scavalcato. Mi ha detto che davanti a me c’erano già tre camminatori del Te Araroa, tra cui la coppia ragazzo americano/ragazza olandese (Jack e Jesse) che apparentemente aveva solo 10 minuti di vantaggio su di me. Ho accelerato il passo e infatti di lì a poco li ho raggiunti.
Sul sentiero c’era un sacco di altra gente, tra cui una comitiva di ben 21 persone che per fortuna non andava negli Hut in cui andavo io.
Sono arrivato al primo Hut alle 14:30, e dovevo ancora pranzare. Nell’Hut c’erano già 4-5 persone, tra cui un ragazzo israeliano che ho osservato mentre scriveva il suo nome nel registro: Yuval!
Gli ho dunque chiesto dove fosse suo fratello Yonatan, e lui mi ha guardato strano.
“Non hai un fratello che si chiama Yonatan?”
“No”
“E un paio di giorni fa non hai fatto autostop e sei stato tirato su da una coppia di israeliani?”
“No”
“Quindi questo messaggio non è per te?”
“No”

Assurdo. Ho beccato un ragazzo israeliano con lo stesso nome e nello stesso posto in cui dovevo beccare l’altro. Ho spiegato l’incredibile coincidenza all’altro Yuval e lui mi ha detto, con la voce più piatta e meno entusiasta che abbia mai sentito: “Beh, è un nome molto comune in Israele”. Vabbè, certa gente non ce la fa.
Tra l’altro se non vado errato ogni anno Israele emette solo 300 visti (working holiday, quello che fanno i ggiovani)(vabbè, ci sono comunque un sacco di israeliani col visto turistico) per la Nuova Zelanda, quindi la coincidenza è tipo uaaaaaaa!
Dopo pranzo mi sono rimesso in cammino per raggiungere Taipo Hut. Il sentiero scavalcava il punto più alto della sezione (una sella a soli 740 metri d’altitudine, tsk!) e poi scendeva verso il rifugio.
Lì ho incontrato Andy, che avevo visto brevemente all’Hut precedente, che è uno che sta facendo l’intero Te Araroa e avevo letto il suo nome in un sacco di registri.
Più tardi sono arrivati anche Jack e Jesse.
Dal registro dell’Hut ho scoperto che Yonatan e Yuval erano già stati lì, ma che stavano andando in direzione sud* (la mia). E avevano tipo 4 giorni di vantaggio. Difficile che riesca a consegnare loro il messaggio prima della fine del Te Araroa, ma ci proverò.

* Quindi in realtà la cosa veramente assurda è che i tizi che mi hanno tirato su quando ho fatto autostop non avessero capito dove Yonatan e Yuval stessero andando, pur parlando la stessa lingua madre…
Questo a meno che non si tratti di un altro Yonatan e un altro Yuval, ma se così fosse mi mangio un libro di calcolo delle probabilità.

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Giorno 37: Taipo Hut > l’ultimo ponte sul Mararoa River
Le previsioni per la giornata davano pioggia, che puntualmente è arrivata nel corso della notte (anche il pomeriggio prima in realtà aveva piovuto un po’). Questo complicava un po’ i miei piani, ma ancora non mi rendevo conto quanto.
Erano 12 km per il primo Hut, poi altri 6 per il secondo. Da lì poi erano altri 10 km per giungere a un campeggio, e infine c’erano altri 15 km per giungere all’Hut successivo.
L’idea era di arrivare sicuramente al campeggio, e poi da lì, visto che comunque se mi fossi fermato avrei dovuto dormire in tenda, cercare di proseguire il più avanti possibile. Con l’arrivo della pioggia mi ero quasi convinto a cercare di arrivare all’Hut successivo, perché piantare la tenda sul bagnato non mi andava.
C’era anche un altro motivo per cercare di ammazzarsi e arrivare all’ultimo Hut, ovvero che ero quasi certo che là avrei incontrato Martin.
Chi è Martin? È un altro tizio italiano che sto seguendo da mesi che finalmente ho quasi raggiunto.
Fino al primo Hut sono andato via spedito, coprendo la distanza in due ore e mezza. Da lì poi il sentiero diventava una strada sterrata, quindi più facile da percorrere.
Siccome era così facile non c’erano più i segnali da seguire, peccato che ad un certo punto ci fosse un bivio senza nessuna indicazione. In realtà ero abbastanza certo, diciamo un buon 80%, che la via giusta fosse quella a sinistra, ma siccome sono scemo ho deciso di andare a destra. E così mi sono trovato a dover attraversare un fiume gigantesco, con l’acqua che mi arrivava all’ombelico.
Non un grosso problema per me, ma all’altezza dell’ombelico, nello zaino, ci sono tenda e sacco a pelo.
Dopo aver attraversato il fiume ho dovuto scalare una collina per tornare sulla strada giusta, passando in mezzo a rovi ed erba altissima. E in tutto questo pioveva, quindi l’erba era bagnastissima e i rovi hanno pure strappato via la copertura impermeabile dal mio zaino.
Tornato sulla strada ero bagnato come mai lo ero stato prima: dalla vita in giù ero bagnato perché ero finito nel fiume, petto e braccia erano bagnati perché ero finito in mezzo ai rovi, lo zaino era bagnato per via della pioggia e sotto la giacca ero studiatissimo, quindi ero bagnato anche lì.
All’Hut successivo però, fortunatamente, c’era già gente e un camino col fuoco acceso. Ho dunque sistemato un po’ la mia roba, controllato che il sacco a pelo fosse ancora asciutto (grazie dry bags!) e mi sono rimesso in cammino.
Ho pranzato al campeggio, dove in realtà speravo di trovare una tettoia che mi riparasse dalla pioggia. Non c’era. Quindi il mio pranzo è stato un po’ annacquato.
Ero così giunto alla fine di una sezione di sentiero, e mi accingevo ora a cominciarne un’altra.
Le indicazioni dicevano 12 km e 4 ore per giungere a Kiwi Burn Hut: easy.
Però il problema, ho scoperto, è che da Kiwi Burn, per rimettersi sul Te Araroa, bisogna guadare un fiume. Se questo non è possibile bisogna tornare indietro di 4 km fino all’ultimo ponte, e attraversare lì.
Siccome la pioggia insistente aveva decisamente ingrossato i corsi d’acqua, sembrava impossibile che di lì alla mattina dopo il fiume fosse praticabile. Quindi andare a Kiwi Burn significava allungare di 8 km e due ore il cammino. No grazie.
Nonostante fossi bagnato fino al midollo, e un Hut mi avrebbe fatto particolarmente comodo, ho montato la tenda proprio a fianco al ponte sospeso, mi sono cucinato velocissimamente la cena e mi sono infilato dentro ad asciugarmi.
Nonostante la situazione decisamente scomoda non mi sono pentito neanche per un secondo di trovarmi lì.
Anzi, essere in tenda, con un paio di vestiti asciutti (dry bags!), un pasto caldo e un po’ di cioccolata mentre fuori diluviava ha dimostrato che nello zaino avevo esattamente tutto quello di cui avevo bisogno!

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Giorno 38: Ultimo ponte sul Mararoa River > Te Anau
Sveglia alle 6:30 dopo una gran dormita, smontata la tenda e via verso Te Anau!
Nella prima parte della giornata dovevo ricongiungermi col Te Araroa, che riprendeva dal guado vicino all’Hut, a 4 km. Per farlo dovevo camminare lungo un recinto. Questo non era un sentiero segnalato, e a dire il vero non era proprio un sentiero. Immagino che poche persone lo percorrano, ed era veramente una lotta contro i rovi, le erbacce e il terreno paludoso.
Dopo un’ora mi sono imbattuto in un cartello che mi comunicava che ero tornato sul TA, e speravo che da lì la situazione e migliorasse.
Ho seguito il sentiero per un’altra ora, nelle stesse condizioni di prima, e alla fine mi sono stufato. Lì a un chilometro correva parallela una strada a cui comunque mi sarei ricongiunto in seguito, quindi ho deciso di anticipare i tempi e di ricongiungermi subito. Anche perché, tra l’altro, stava ricominciando a piovere.
Da lì il passo è stato decisamente più svelto, e in poche ore sono arrivato alla fine del sentiero, da dove ho fatto autostop per giungere a Te Anau.
Come al solito su internet tutti gli ostelli sembravano essere al completo, ma nel primo in cui sono entrato avevano un letto disponibile. Ho culo io? È possibile.

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“Verranno giorni, là fuori, tutt’altro che semplici. Giorni in cui rimpiangerò di non essere mai stato un tipo tra le righe. Mi maledirò per aver permesso a certe passioni di essersi potute radicare così profondamente nella mia persona. Saranno solo attimi… Poi capirò perché sarò là. Ad ogni persona è stato assegnato un posto nel mondo. Il mio è un posto senza nome e senza terra in cui soffia il vento della libertà.” Alex Bellini

Ecco, magari non così epico, ma il senso è quello…

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02. marzo 2016 by vanooger
Categories: Nuova Zelanda, Te Araroa, viaggi | 1 comment

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