Il posto più bello in cui sia mai stato

Ovvero Mt. Owen, guarda caso in Nuova Zelanda

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Una anno fa ero in Nuova Zelanda e avevo da poco cominciato a lavorare in pizzeria a Nelson.
Tra le varie ragioni per cui volevo tanto tornare a Nelson, al primo posto c’era il Monte Owen.
Siccome io ero andato in Nuova Zelanda (quasi) completamente a caso, avevo scoperto di questa montagna solo da poco, mentre facevo il Te Araroa e avevo visto un post su facebbok, su una delle tante pagine di backpakers in Nuova Zelanda, in cui un ragazzo cercava qualcuno con cui andarci.
Mt. Owen, diceva il post, era stato una location di alcune scene de Lo Hobbit e soprattutto della scena de La Compagnia dell’Anello in cui la compagnia esce dalle miniere di Moria dopo la caduta di Gandalf.
Se avete visto il film, cosa di cui non dubito, avrete certamente presente la scena: tutti che piangono sun una distesa di rocce bianche.

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Ecco, un posto fighissimo.
Questo posto si trovava a solo un paio d’ore di macchina da Nelson. Quindi tornare a Nelson era balzato in cima alla lista delle cose da fare una volta finito il Te Araroa. E così stato.

Per raggiungere l’inzio del sentiero però avevo anche bisogno di una macchina, che al momento non avevo.
Ma come sempre la Nuova Zelanda provvede.
Nell’ostello di Nelson in cui alloggiavo c’era un ragazzo tedesco un po’ strano. Per prima cosa aveva una macchina/furgoncino con il letto, ma stava in ostello. E poi stava veramente sempre in ostello. Cioè, sei venuto dalla Germania all’altra parte del mondo per startene in ostello? Mah.
Comunque questo tizio coltivava il sogno di percorrere il Te Araroa, quindi mi aveva chiesto varie cose e penso mi guardasse un po’ con ammirazione.
Sta di fatto che a un certo punto si era finalmente deciso a partire per provare a fare il Te Araroa, cominciando dal Richmond Range (auguri! :D ).
Era lì nella sala comune dell’ostello che pianificava il suo percorso e a un certo punto dice “Però non so proprio cosa fare con la macchina mentre sarò via”, al che io, un po’ scherzando, gli ho detto “Potresti darla a me!”.
E così è stato.

I tempi di percorrenza del sentiero che portava in cima a Mt. Owen, passando per un Hut a circa metà strada, erano abbastanza sconcertanti: 6 ore dall’inizio del sentiero al rifugio e poi da lì altre 7 ore per andare in cima e tornare al rifugio.
A causa di questi tempi lunghi, al DoC office mi hanno detto che generalmente la gente compiva l’escursione in tre giorni: il primo arrivava all’hut, il secondo andava in cima e tornava all’hut e il terzo giorno usciva.
Io però ormai avevo nelle gambe parecchi chilometri, quindi ero certo di poter percorrere il tutto in meno tempo, quindi avevo preventivato di fare tutto in due giorni.

Quando ho cominciato a lavorare a Nelson ci sono volute un paio di settimane di essetamento prima che potessi prendermi ferie al lavoro, ma finalmente il 24 e il 25 aprile avevo i due giorni liberi che mi servivano.
Erano dunque soddisfatte tutte le condizioni necessarie all’assalto della cima di Mt. Owen, non restava che partire.

Tutto perfetto tranne per un piccolo particolare: il 25 aprile è festa nazionale anche in Nuova Zelanda.
Questo aveva due aspetti leggermente negativi: non lavoravo (e in Nuova Zelanda durante le Public Holiday pagano il doppio) e soprattutto il sentiero, e conseguentemente il rifugio, sarebbe stato pieno di gente, visto che il 25 era un lunedì e questo garantiva a tutti i tre giorni di vacanza necessari per andare in cima alla montagna.

La mattina del 24 aprile ho lasciato l’ostello alle 8, e sono arrivato all’inizio del sentiero alle 10. Il parcheggio, come preventivato, era pieno di auto.
Io ho deciso di lasciare la tenda in macchina, pensando che qualora non avessi trovato un letto dove dormire nell’Hut avrei dormito sul pavimento, e se anche lì non ci fosse stato posto sarei tornato indietro.
Dopo aver mosso i primi passi sul sentiero mi sono trovato di fronte a un bivio. C’erano infatti due vie che portavano al rifugio: una percorreva la cresta, mentre l’altra risaliva un ruscello. I due sentieri si ricongiungevano dopo una decina di chilometri.
Ho optato per il sentiero in cresta, pensando che avrei percorso l’alternativa al ritorno.

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Già dopo pochi minuti mi sono imbattuto in una coppia che camminava nella mia stessa direzione. Questo ha un po’ riacceso la mia speranza di trovare un posto letto libero: magari non tutti erano là dalla notte precedente, ma magari, come questa coppia, erano arrivati il mio stesso giorno e avrei potuto batterli in velocità.
Ho salutato i ragazzi dandogli appuntamento in cima e ho proseguito.
In un ora di cammino mi sono ricongiunto con il sentiero alternativo. Da lì il percorso continuava a salire in quota, superando la linea degli alberi e quindi uscendo dal bosco per spalancarsi sul panorama. Da lontano mi sa che si vedeva pure la baia di Nelson.
Dopo un breve tratto pianeggiante dove ho incontrato un’altra coppia di ragazzi diretta al rifugio, il sentiero rientrava nel bosco, zigzagando lungo una parete rocciosa perdendo un centinaio di metri di quota.
Proprio in questo tratto ripido e stretto ho incontrato la prima persona che veniva dalla direzione opposta alla mia.
Era un fotografo che aveva dormito nell’Hut la notte precedente e si era alzato presto per andare in cima a fotografare l’alba.
Ha confermato i miei timori, ovvero che tutti i letti nel rifugio erano occupati e che tutti restanti occupanti sarebbero rimasti lì anche la notte seguente.
Ma aspetta un attimo! Lui se ne stava andando! Quindi c’era per forza un letto libero!

Spronato da questo pensiero ho proseguito il cammino, posticipando la pausa pranzo per quando fossi arrivato al rifugio (secondo i cartelli sarei dovuto arrivare alle 16, mentre il fotografo mi aveva detto che non potevano mancare più di due ore, ed erano solo le 12).

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Una volta lasciata la parete rocciosa il sentiero da seguire diventava il letto di un torrente. Non so se in altre stagioni nel torrente scorra acqua, ma quando l’ho percorso io era in secca. Bellissimo.

Alle 13 in punto, esattamente in metà del tempo previsto dal DoC, ho raggiunto il rifugio.
E come preventivato 11 dei 12 letti erano occupati, mentre il dodicesimo, peraltro uno di quelli in basso (Fun Fact: lungo tutto il Te Araroa, e anche nel resto delle mie escursioni in Nuova Zelanda, ho sempre trovato libero un letto in basso!), era libero!

Ho sistemato la mia roba sul materasso, per marcare il territorio, ho mangiato e mi sono preparato all’assalto alla cima.
Ed è qui che le cose si facevano interessanti, perché dal registro del rifugio sapevo che c’erano 17 persone tra me e la cima, e siccome la strada era una sola le avrei tipo incontrate tutte.
E così è stato. E siccome con ognuno mi fermavo a parlare per un paio di minuti (le classiche domande tipo “Quanto manca alla cima?”), quando alle 16 sono tornato al rifugio conoscevo già tutti!

Per quanto riguarda la cima, il sentiero saliva per un tratto erboso e attraversava un prato pianeggiante con alcuni laghetti. Da lì arrivava alla parte rocciosa, dove non c’erano più i classici segnali arancioni, ma a indicare il sentiero c’erano solo mucchietti di sassi qua e là. Per farsi strada bisognava saltare da un masso all’altro, a volte con spaccature profonde anche diversi metri.
Quando sono arrivato in vetta purtroppo il tempo è peggiorato improvvisamente, tipo che mi sono ritrovato dentro a una nuvola.
E siccome orientarsi era già difficile e non volevo rischiare di perdere il sentiero, mi sono affrettato a scendere.
Purtroppo, quindi, non ho potuto godermi la vista dalla cima, che pareva essere spettacolare. Ma vabbè.

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Tornato al rifugio era festa! C’erano tipo 25 persone e già le conoscevo tutte! E per la prima volta ho fatto serata in Rifugio, giocando a carte e chiaccherando (di solito eravamo tutti troppo stanchi, o volevamo riposarci in vista del giorno seguente).
Tra l’altro abbiamo giocato a un gioco stranissimo che è tipo briscola a chiamata, ma di volta in volta si gioca con più carte e si deve scommettere su quante mani si riusciranno a vincere. Al primo turno si ha una sola carta, quindi si può scommettere se si vincerà o no una singola mano, al secondo si fanno due carte a testa, quindi ognuno può vincere zero, una o due mani, poi tre… Fino a sette carte/mani. Poi si va a calare fino a tornare a una carta. E poi tipo si fa una mano a carte coperte in cui comunque bisogna scommettere se si riuscirà a vincere o si perderà. Un gioco pazzesco di cui chiaramente non ricordo il nome e che ho descritto nel dettaglio proprio sperando che qualcuno sappia come si chiami.

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La mattina dopo ho lasciato il rifugio alle 8, e dopo aver percorso il sentiero che non avevo fatto il giorno prima, quello lungo il ruscello, sono arrivato alla macchina alle 11.
Quindi, il giorno prima avevo percorso 6 + 7 ore di cammino in meno di 6 ore, mentre quella mattina ho rifatto le 6 ore di sentiero del giorno prima in 3 ore. Ero gasatissimo!
Tornato a Nelson per le 13, ho deciso di andare a pranzare al ristorante dove lavorava Pippo, e lì ho incontrato Tano, il responsabile della pizzeria dove lavoravo, a cui ho espresso il mio disappunto perché non ero stato incluso nel roster della giornata festiva.
Al che lui mi ha detto che in realtà poteva esserci bisogno di me, e di tenermi disponibile. E infatti con mia gioia alle 16 mi ha chiamato per dirmi di andare a lavorare.

Cioè capite? In Nuova Zelanda uno spera che lo chiamino per andare a lavorare nel suo giorno libero!
L’è proprio tutto roverso!

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26. aprile 2017 by vanooger
Categories: Nuova Zelanda | Leave a comment

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